Muy confidencial: Fabrizio Piscopo lascia la poltrona da amministratore delegato di Rai Pubblicità

Anna Rotili – Dagli e dagli, alla fine le pressioni di Mediaset, di La7 e degli altri concorrenti sul mercato pubblicitario hanno avuto gli effetti sperati: l’uscita di Fabrizio Piscopo dal ruolo di ad di Rai Pubblicità. Infatti sono in corso trattative tra il manager e l’azienda per capire se rimarrà alla Rai con un altro incarico, o se saranno dimissioni concordate. Piscopo, dal 2013 alla guida della concessionaria della Rai, dove era arrivato da Sky, aveva improntato la gestione secondo il criterio di servire i clienti con efficienza organizzativa, politiche commerciali che tenessero conto delle regole del mercato, rispettando affollamenti e le regole imposte alla Rai come servizio pubblico, ma senza sudditanze o sensi di inferiorità. Uno stile che non è piaciuto per niente alla concorrenza che ha visto crescere i fatturati di Rai Pubblicità. E così Piscopo è diventato bersaglio di duri attacchi da parte di un ampio schieramento, composto dalle televisioni commerciali e anche dagli editori della carta stampata che sostengono che la raccolta Rai debba essere ridimensionata essendoci stato l’incremento dell’entrata del canone (non si sa ancora però quale sarà la quota parte destinata alla Rai).

Fabrizio Piscopo (foto Olycom)

Fabrizio Piscopo (foto Olycom)

A viale Mazzini ci si aspetta che il nuovo Contratto di servizio – in questo momento all’esame della Vigilanza, dove martedì si voteranno gli emendamenti alla bozza uscita dalla trattativa tra il governo e la Rai – indichi procedure più restrittive sulla raccolta.
Sul tema intanto si è già mossa Anna Maria Bernini, parlamentare di Forza Italia-PDL, che ha depositato in Vigilanza “una risoluzione “ sull’adozione da parte della Rai di procedure idonee a valorizzare la vendita degli spazi pubblicitari” , che denuncia “come che a partire dal 2012 e fino a tutto il 2016, ma con un dato che risulta essere attuale anche per il 2017, gli sconti mediamente praticati dalla Rai, sulla base di dati Nielsen, sono progressivamente aumentati fino a un valore medio superiore all’85 per cento con punte superiori anche al 90 per cento” riducendo “gli spazi competitivi per tutte le imprese che operano nel settore della comunicazione, di deprimere le loro potenzialità di investimento e di incidere sulla qualità economica e dimensionale degli inserzionisti, sottraendo in tal modo anche risorse al mercato della stampa e dell’emittenza lo cale. Una politica di vero e proprio dumping che la Rai ha potuto perseguire grazie alle risorse garantite dal canone”.

Paolo Romani e Maria Rosaria Rossi e Anna Maria Bernini Rom

Paolo Romani, Maria Rizzotti,  Maria Rosaria Rossi e Anna Maria Bernini Rom

La Bernini fa anche delle proposte operative e chiede che “Centottanta giorni dopo il via libera all’atto ( se la Vigilanza dovesse votarlo positivamente, ndr) la Rai dovrebbe adottare procedure atte prima di tutto a “consentire un’adeguata valorizzazione degli spazi pubblicitari così da evitare che siano commercializzati a prezzi inferiori a quelli di mercato”. Inoltre la Rai dovrebbe “applicare su ogni singola rete , e non cumulativamente per le tre eti generaliste, il limite del 4 per cento di affollamento pubblicitario di cui all’art. 38 , comma 1, del Tusmar”. Una correzione di rotta che dovrebbe comportare come terzo vincolo anche l’obbligo per la Rai “ad escludere la trasmissione sui propri canali di telepromozioni e televendite, che sono forme di comunicazione commerciale che appaiono proprie più dei network nazionali e delle televisioni private locali che della società concessionaria”. Tutto questo tradotto in cifre significherebbe che svariati milioni da Rai pubblicità transiterebbero nelle tasche degli altri operatori.
A Rai pubblicità contestano la correttezza di queste valutazioni e negano il dumping, ma con la situazione politica al calor bianco e senza interlocutori sicuri dentro e fuori al Palazzo, ai vertici della Rai tocca abbozzare. E dunque Piscopo si toglie di mezzo anche se lascia una solida struttura commerciale, che ha appena ridisegnato come se volesse uscire di scena lasciando tutto in ordine.
Trovare il successore di Piscopo è una bella grana per il direttore generale Mario Orfeo che offre ai candidati una poltrona a libertà vigilata oltre che sotto pagata rispetto ai parametri del mondo pubblicitario, a causa dell’obbligo del tetto a 240mila euro per gli stipendi dei manager Rai.
In azienda e tra i consiglieri di amministrazione c’è chi pensa che il miglior candidato per Rai Pubblicità potrebbe essere Gian Paolo Tagliavia, Chief Digital Officer e ad di RaiCom, che in passato ha lavorato a lungo nel mondo della pubblicità (agli inizi della carriera a Publitalia, poi come Amministratore Delegato di MTV Italia e Presidente di MTV Pubblicità, e poi come ceo per IPG Mediabrands e Presidente di IPG Mediabrands Spagna). Ma spostarlo alla concessionaria, sempre che Tagliavia fosse d’accordo, aprirebbe voragini in due settori strategici come il Digitale, dove sta per essere lanciato il nuovo servizio Radio Play, e nel commerciale.
C’è un nome che intanto gira come papabile ed è quello di Mauro Gaia, consigliere delegato di Videa group, azienda attiva nel campo della produzione cinematografica e televisiva, dopo un lungo percorso lavorativo dalle human resources, al marketing, al controllo di gestione, alla gestione vendite attraverso la rete in Seat PG.

 

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