Per prima in Europa l’Italia approva la web tax. Imposta del 3% su tutte le transazioni on line di servizi come pubblicità, analisi dei dati e cloud

Nadja Bartolucci – Con il via libera alla legge di bilancio 2018 l’Italia ha introdotto nel suo ordinamento la web tax. E’ il primo paese in Europa e il secondo in area Ocse, alle spalle dell’India. Un bel primato, frutto di uno sprint a lungo caldeggiato, da un lato per trovare maggiori risorse per la manovra, ma soprattutto per dare una scossa alla lentezza con cui in Europa si sta affrontando il problema della tassazione dei colossi del web (da Google, a Facebook e via dicendo) che grazie a triangolazioni e legislazioni compiacenti, finiscono per pagare tasse irrisorie nei Paesi in cui svolgono i loro affari, riversando i profitti su società con sede in Paesi con regimi fiscali favorevoli.

Nonostante ciò la web tax è stata oggetto fino all’ultimo momento di modifiche anche sostanziali rispetto alla prima versione presentata al Senato, e il testo licenziato dal Parlamento è già al centro di polemiche: appare a molti troppo edulcorato, nettamente a favore delle grandi multinazionali e penalizzante per quelle italiane, indefinito sotto molti profili, oltre che rimandato nella sua applicazione al primo gennaio 2019.

Nel merito la web tax made in Italy prevede un’imposta del 3% (rispetto al 6% previsto inizialmente dal Senato) su tutte le transazioni on line di servizi come pubblicità, analisi dei dati, cloud, effettuate da soggetti residenti o non residenti sul territorio nazionale. Si escludono quindi dalla norma e-commerce e cessioni di beni. Per questi bisognerà attendere una normativa ad hoc. Salta il credito d’imposta previsto da Palazzo Madama per evitare doppie tassazioni, e viene introdotta la ritenuta alla fonte sulle transazioni (saranno insomma i clienti a prelevare l’imposta, all’atto del pagamento, con un bell’aggravio burocratico per questi ultimi). Con l’obiettivo di tutelare Pmi e start up, la digital tax non colpirà le aziende che effettuano fino a 3mila transazioni di servizi nell’anno solare, senza peraltro porre alcun limite di controvalore. Scomparsa ogni comunicazione all’Agenzia delle entrate (e quindi lo spesometro per tracciare le imprese digitali), come pure il ruolo di sostituti d’imposta in carico alle banche.

Sul fronte degli introiti, la stima del gettito atteso sale dagli iniziali 114 milioni ai 190 milioni di euro, sulla base però di una base imponibile più ampia e valutata secondo parametri più favorevoli, come denuncia il “padre” della web tax del Senato, Massimo Mucchetti (Pd).

Un bell’impiccio. Anche perché spetterà a un decreto del ministero dell’Economia definire nel dettaglio i servizi ai quali andrà applicata la web tax, e stante la prossima fine della legislatura, si delinea il rischio di tempi lunghi e indefiniti per la sua messa a punto.

Lo sguardo si sposta dunque verso l’Ue. La Commissione europea, stanca di attendere da oltre 5 anni una decisione dell’Ocse – organismo competente sulle doppie imposizioni, che nicchia a prendere posizione anche per la presenza nel suo interno dei Paesi a regimi fiscali favorevoli -, si è impegnata per voce del presidente Juncker a varare entro il 2018 una web tax europea. Ma per farlo serve un voto unanime. Così Italia, Francia, Germania e Spagna per prime (ma ora il gruppo conta già 10 Paesi aderenti) hanno fatto fronte comune per trattare un accordo tra di loro per anticipare la norma.

 

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