“La Rai un pachiderma fermato da nemici del cambiamento”. Bignardi: “Italia Paese irriformabile”

Daria Bignardi, ex direttrice di RaiTre, che compie 57 anni nel giorno di San Valentino.  In un’intervista a Vanity Fair confessa per la prima volta la lotta contro un tumore e racconta la sua esperienza in Rai. Ecco alcuni stralci dell’intervista.

Daria Bignardi (foto Olycom)

Daria Bignardi (foto Olycom)

Quando ha scoperto di avere un tumore?

«Facendo una mammografia di controllo, appena terminata l’ultima stagione delle Invasioni barbariche. Sei mesi dopo, a una settimana dall’ultima chemioterapia, mi è arrivata la proposta di Campo Dall’Orto per dirigere Rai Tre. Gli ho raccontato tutto. Mi ha chiesto soltanto: “Sei guarita?”. Gli ho risposto di sì. “Ti aspetto a Roma”, mi ha detto e io sono partita. Dopo sei mesi dentro a una bolla sono entrata dentro a un’altra bolla. Da un’esperienza totalizzante all’altra.

(…)

 

Cosa ha rappresentato la tv vissuta dall’altra parte della barricata?

«Parla di Rai Tre? Sbarcare a Roma, dove non avevo mai abitato, è stato come atterrare sulla luna. Cieli commoventi e persone simpatiche e interessanti, ma io non avevo mai lavorato nel pubblico e ho capito molte cose».

Quali?

«Che le cose sono più complesse di quanto non si pensi e che il bianco e il nero non esistono. Alla Rai mi sono affezionata. Ho visto dall’interno questo pachiderma mosso da tanti omini generosi e coraggiosi contrastati da altri, delusi, cinici o nemici del cambiamento. Ma se vuole un bilancio, è molto positivo. Ho dato tutto quel che potevo e ho ricevuto in cambio molta stima.

Per un anno e mezzo ho vissuto un’esperienza totalizzante, quasi mistica, come dice l’ex direttrice di Rai Due, la mia amica Ilaria Dallatana. Lavoravamo almeno dodici ore al giorno. Poi a luglio mi sono dimessa e non ho più riacceso la televisione. Non so neanche cosa ci sia in tv adesso. È successo così anche con la malattia. Faccio tutto quel che devo e che posso, do tutto, poi volto pagina».

Perché è finita con la Rai?

«Sono entrata con Campo Dall’Orto e il pensiero, forse romantico e ingenuo ma sincero, di rivoluzionare la Rai. Non c’erano le condizioni per farlo come avevamo in mente noi e quindi non c’erano più le condizioni per continuare. Quando Antonio è andato via, ho deciso che mi sarei dimessa. L’ho comunicato a Mario Orfeo e lui, che è una persona molto affettuosa e intelligente, per più di un mese mi ha chiesto di ripensarci. Quando ha capito che era impossibile, mi ha chiesto di preparare almeno i palinsesti autunnali. “Certamente” ho risposto. Ho lavorato a testa bassa e poi ho salutato».

Campo Dall’Orto e i suoi, inizialmente descritti come fantocci governativi, hanno finito per pagare la loro autonomia dalla politica?

«Campo Dall’Orto è un manager etico e competente. Quindi, credo sia come dice lei, anche se molte cose non le ho vissute in prima persona perché Antonio faceva da parafulmine a tutti noi: a me, a Ilaria di Rai Due, ad Andrea Fabiano di Rai Uno. Lui a noi diceva: “Fate come credete sia giusto”.

Poi se facevamo scelte che fuori non piacevano pagava lui. Credo che a Roma non ci fossero abituati. Ma se sui social qualcuno, per fortuna ormai pochi, mi scrive ancora “schiava di Renzi” non so se si sia capito bene come abbiamo lavorato. Magari avremo fatto anche degli errori, ma senza pensare mai a chi conveniva cosa. Una cosa però l’ho capita».

Quale?

«Mi spiace dirlo, ma temo che questo sia un Paese irriformabile. Non penso che la politica sia brutta e cattiva, l’ho frequentata anche da militante quando ero al liceo ed eravamo idealisti e appassionati. Ma oggi è un luogo in cui è difficile mettere in pratica quel che si immagina di fare e, cosa ancor peggiore, è diventato molto difficile prendere decisioni impopolari fregandosene del consenso. Ma bisognerebbe farlo».

In tv tornerà?

«Non penso, non credo. Fare bene televisione è molto faticoso e mi sembra che la direzione di Rai Tre sia stato un gran bel finale. È stato bello però. Mi sono divertita, soprattutto a lavorare in gruppo, coi miei delle Invasioni eravamo una macchina da guerra. Poi restano le soddisfazioni.

Una ragazza che lavora a Rai Tre e non sentivo da mesi l’altra sera mi ha mandato una foto. C’era suo figlio, 13 anni, che nella sua cameretta rivedeva sul suo portatile una mia vecchia intervista a Mika e Dario Fo. “Dice che sei bravissima, Daria. E non sai quanto è critico di solito”, mi ha scritto. Mi ha fatto piacere. Se piaci a un tredicenne in un’intervista di quattro anni fa puoi essere soddisfatto del tuo lavoro».

(…)

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on Google+

Articoli correlati

Milan: Paolo Scaroni nominato presidente. Sarà anche amministratore delegato ad interim

Rai, lunedì la ratifica del nuovo Cda. A seguire ad e presidente designati dal Consiglio dei ministri

Agcom, osservatorio media 1° trimestre: quotidiani in calo (-8,2%); tv maluccio Rai e Mediaset, cresce La7; boom social di Instagram