L’ergastolo per i fratelli Altan e Nazli Iliack è “la morte dello Stato di diritto” in Turchia

10“Se pubblichi i pensieri di un terrorista sulla tua rivista, che cosa diventa? Diventa una pubblicazione del terrorismo stesso”. Il Presidente turco Erdogan lo aveva detto in modo diretto a Giovanni di Lorenzo, giornalista italo-tedesco che dirige il settimanale Die Zeit.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (foto Olycom)

In un’intervista all’apparenza dialettica e non concordata, Erdogan faceva capire che a suo avviso non esistono “media indipendenti” e che a suo parere “chi intervista terroristi è a sua volta un terrorista”. Un modo di pensare che, unito alla facilità con cui il governo turco squalifica gli avversari politici come “criminali” e “cospiratori”, è alla base dell’assoluta arbitrarietà con cui i giornalisti finiscono in carcere nel paese.

Gli ultimi a venire condannati sono stati i fratelli Mehmet e Ahmet Altan, la cui fama internazionale ha fatto accendere i riflettori su una piaga che affligge anche, e soprattutto, molti giornalisti meno noti. Sono all’incirca 150 i giornalisti che rimangono dietro le sbarre in Turchia, facendone il paese con più firme in
prigione al mondo.

Un primato che certo suggerisce l’esistenza di una dinamica fra repressione e stampa di opposizione – a differenza di altri paesi in cui i giornalisti non sono in carcere perché non ci pensano neppure a fare critica al potere – ma che relega la Turchia in fondo alle classifiche internazionali per la libertà di stampa (Ankara viene classificata come «non libera» nel rapporto di Freedom House e collocata al 155° posto su 180 Paesi nell’indice “World Press Freedom” di Reporters Without Borders).

I fratelli Altan vengono bollati come terroristi principalmente per ragioni legate al giornale Taraf, che è stato chiuso all’indomani del fallito colpo di stato del luglio 2016 insieme a centinaia di altre pubblicazioni, e di cui Ahmet Altan era il fondatore.

Quando il predicatore Fetullah Gülen e l’attuale Presidente Erdogan erano alleati contro l’establishement laico dei militari, il quotidiano aveva dato credito ad una ricostruzione secondo cui proprio l’esercito stava pianificando un colpo di stato per rovesciare Erdogan (si tratta del caso noto come “Sledgehammer” o “Balyoz”).

Si trattava di un’accusa in quel caso inventata dai gulenisti al fine di fornire un capo d’accusa utile al governo Erdogan per perseguitare gli avversari fra i militari, resa credibile dal fatto che l’esercito turco aveva davvero effettuato colpi di stato in precedenza nella storia del paese.

La vicinanza di Taraf alla galassia gulenista, di cui Erdogan è divenuto nel frattempo nemico acerrimo, si trasforma però oggi in un marchio d’infamia e persino in un grave capo d’imputazione, e infine in motivo di condanna.

Nell’anno e mezzo trascorso dal fallito golpe dell’estate 2016, d’altronde, qualsiasi media avesse legami veri o presunti con la galassia di Fetullah Gulen è stato spazzato via. L’affinità intellettuale con il predicatore in esilio negli Stati Uniti è più che sufficiente per essere accusati di attività terroristica. Corrono lo stesso rischio anche gli oppositori politici di matrice ideologica differente: lo sa
bene Can Dündar, ex direttore del quotidiano laico di sinistra Cumhuriyet, che si è rifugiato in Germania mentre altri colleghi del giornale venivano incarcerati in Turchia.

Lo sanno bene anche i giornalisti vicini alla causa curda, che vengono regolarmente incarcerati con l’accusa di essere vicini al guerriglia autonomista del PKK. In molti, come la giornalista di Diyarbakır Nurcan Baysal, hanno pagato con la detenzione le critiche all’operazione militare turca sul cantone curdo di Afrin in Siria nelle ultime settimane.

Davide Lerner

 

 

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La gioia per la liberazione (programmata ad arte) in Turchia di Deniz Yucel, corrispondente turco con nazionalità tedesca di Die Welt, dopo un anno di prigione in attesa del processo per “propaganda del terrorismo”, è durata poche ore.

 

Deniz Yucel

Deniz Yucel

A oscurarla la condanna all’ergastolo aggravato, che prevede l’isolamento per i detenuti, un’ora di aria al giorno, restrizioni più severe per le chiamare e le visite dei familiari, per Ahmet Altan, scrittore e giornalista, suo fratello Mehmet, economista e editorialista, e la veterana del giornalismo turco Nazlı Ilıcak, 74 anni.

La Corte del 26 ° Tribunale penale di Istanbul al termine della quinta udienza del processo che li vedeva accusati di aver tentato di “rovesciare l’ordine costituzionale attraverso l’uso della forza e della violenza” ha accolto la richiesta del Procura di carcere a vita per loro tre più altri quattro imputati, il giornalista Şükrü Tuğrul Özşemgül, Fevzi Yazıcı, esperto designer, e Yakup Şimşek, art director, tutti collaboratori del quotidiano Zaman.

Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, è intervenuto al Tg1 dicendo che la situazione e’ gravissima e che in Turchia e a rischio lo stato di diritto.

Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, è intervenuto al Tg1 dicendo che la situazione e’ gravissima e che in Turchia e a rischio lo stato di diritto.

 

 

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Fnsi: «È la morte dello stato di diritto» «Le autorità italiane ed europee non possono assistere passive alla condanna al carcere a vita di giornalisti e intellettuali colpevoli solo di aver svolto il proprio lavoro di informare i cittadini turchi e per questo trattati come terroristi», è l’appello del segretario generale Lorusso e del presidente Giulietti.

Una delle manifestazioni davanti al tribunale di Istanbul in favore dei giornalisti in carcere
«La condanna all’ergastolo inflitta dai giudici turchi ai giornalisti Ahmet e Mehmet Altan e Nazli Iliack e agli tre imputati, tutti già in detenzione preventiva da oltre un anno, decreta la morte dello stato di diritto in Turchia». Il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, commentano così la notizia della sentenza decretata dal tribunale penale del penitenziario di Silivri, vicino Istanbul. «Le autorità italiane ed europee – proseguono – non possono assistere passive alla condanna al carcere a vita di giornalisti e intellettuali colpevoli solo di aver svolto il proprio lavoro di informare i cittadini turchi e per questo trattati come terroristi.

Chiederemo alla Federazione internazionale dei giornalisti di attivarsi subito per promuovere una grande manifestazione contro questa sentenza e scriveremo al presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, per chiedere che l’Europa prenda una posizione unita e decisa contro la sistematica violazione della libertà di stampa e dei diritti civili in Turchia». Gli imputati, accusati di ‘tentativo di rovesciare l’ordine costituzionale’ e di aver sostenuto movimenti terroristici attraverso la loro attività giornalistica, erano finiti in manette all’indomani del tentato golpe del 15 luglio 2016. La Corte Costituzionale turca aveva di recente dichiarato illegittima la loro carcerazione preventiva, riconoscendo che ne violava i diritti, ma i giudici di merito hanno negato la scarcerazione.

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