Il Parlamento e le leggi sulla comunicazione


Regolamento editoria Art. 44 del decreto legge 112 – Il governo è stato chiaro: comunque la si rigiri, al fondo dell’editoria nel 2009 dovranno essere tolti 120 milioni di euro a causa della sforbiciata imposta dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, con la manovra finanziaria anticipata in luglio. In totale il fondo (che comprende contributi diretti e indiretti, come le agevolazioni postali e la teletrasmissione all’estero, i sostegni alle agenzie di stampa e alle imprese radiotelevisive politiche) passa dai 414 milioni stanziati per il 2008 nell’ultima Finanziaria del governo Prodi a 291 milioni per il 2009, a fronte di un fabbisogno del settore stimato in circa 550 milioni. Per controbilanciare i tagli dovranno essere rivisti i criteri di assegnazione dei contributi che – in ottemperanza all’art. 44 del decreto 112 del luglio scorso – non saranno più un diritto certo e soggettivo, ma dipenderanno di anno in anno dalla disponibilità  finanziaria. I nuovi requisiti saranno stabiliti nel regolamento che il sottosegretario all’Editoria Paolo Bonaiuti – d’intesa con il capo del dipartimento Editoria di Palazzo Chigi, Mauro Masi – si è impegnato a presentare il 20 ottobre e a discutere con il Parlamento che però, in base alla procedura, non potrà  esprimere un voto.
Intanto la bozza che è stata sottoposta all’esame dei soggetti interessati ha suscitato una mezza rivolta: con le nuove disposizioni molti quotidiani rischiano la chiusura. Oltre ai tagli e all’introduzione del criterio del diritto soggettivo, è stato infatti modificato il parametro di riferimento per ottenere i contributi: non più quello della tiratura e della diffusione, bensì quello del distribuito e del venduto in edicola o in abbonamento, che non dovrà  essere inferiore al 15% per i giornali nazionali e al 30% per queli locali. La Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti, parla di centinaia di posti di lavoro a rischio: tra i giornali colpiti, oltre a quelli di partito (i più penalizzati sono Il Secolo d’Italia, La Padania, Europa e Liberazione) ci sono anche testate storiche come Avvenire e Il Manifesto e un centinaio di giornali cooperativi e no profit molti dei quali hanno già  annunciato lo stato di crisi. Contro i tagli e contro l’abolizione del diritto soggettivo si è formato un fronte trasversale – guidato dal deputato e amministratore del Secolo d’Italia, Enzo Raisi, e sostenuto dagli altri giornali di partito – che ha presentato un pacchetto di modifiche al regolamento allo scopo di creare una sorta di ‘recinto di protezione’ almeno per i quotidiani dei partiti rappresentati in Parlamento (che con l’abrogazione del comma 10 dell’art. 3 della legge 250/90 rischiano di essere equiparati agli altri). Le richieste avanzate vanno dall’abbassamento al 5% della percentuale di venduto fino alla gradualità  dell’entrata in vigore della nuova normativa. Quanto alla reintroduzione del diritto soggettivo, il sottosegretario Bonaiuti – nel corso dell’audizione del 7 ottobre in commissione Affari costituzionali del Senato – ha avanzato una proposta di mediazione: sostituirlo con una sorta di minimo garantito al fine di agevolare comunque le anticipazioni bancarie.
Ma a tornare sui suoi passi il governo non ci pensa proprio, nonostante componenti della stessa maggioranza abbiano chiesto, assieme al Partito democratico, di rinviare tutto di un anno inquadrando i tagli all’interno di una riforma complessiva del settore dell’editoria. Sotto accusa, oltre alla retroattività  della norma – i tagli si abbattono sui bilanci del 2008 – c’è anche il fatto di averli effettuati in modo generalizzato spalmandoli proporzionalmente su tutti i soggetti aventi diritto. “Non si possono mettere sullo stesso piano giornali che non distribuiscono utili come quelli di partito, la cui missione principale è di essere presenti in ogni angolo del Paese, e giornali che essendo quotati in Borsa hanno come obiettivo l’utile”, afferma Raisi. Un conto, dicono i giornali colpiti dalla riforma, è fare una giusta politica di ‘risparmi’ partendo dalle anomalie nel settore (come le cooperative riferite a partiti fantasma che editano giornali che nemmeno arrivano in edicola), un altro è attuare i tagli in modo indiscriminato che – se non danneggiano testate come Libero, Il Sole 24 Ore o di altri grandi gruppi come Mondadori e L’Espresso – mettono a rischio i piccoli giornali che, come quelli di partito, non possono contare né sugli introiti pubblicitari né su alte diffusioni. Un esempio per tutti: i cinque giornali di partito hanno finora ottenuto in totale circa 20 milioni di euro annui di contributi, contro i 25 erogati al solo quotidiano della Confindustria. Ma non soltanto: come ha evidenziato Vincenzo Vita (Pd) intervenire su questa materia – che è sempre stata governata da delle leggi – attraverso un regolamento rischia di essere incostituzionale. Il sottosegretario Bonaiuti ha dichiarato che, nel corso della stesura definitiva del regolamento, terrà  conto delle numerose osservazioni fatte. E ha garantito la totale copertura dei contributi diretti del 2007, che ammontano a circa 192 milioni, nonostante in cassa attualmente ci siano soltanto 113 milioni: “Il tempo delle vacche grasse è finito”, ha ammonito.
Tra le norme proposte nel regolamento, c’è anche l’obbligo per le cosiddette cooperative speciali (come Il Foglio, Libero, Il Riformista) a trasformarsi in cooperative a tutti gli effetti e dunque ad avere come soci la maggioranza dei dipendenti giornalisti o poligrafici. Quanto alla riforma del settore, il sottosegretario Bonaiuti ha invitato il Parlamento a prendere eventuali iniziative legislative: “Se si vogliono tutelare alcune testate rispetto ad altre, il Parlamento ha la facoltà  di farlo”. Purché – ha aggiunto – si rispettino le compatibilità  finanziarie.


Nella rubrica su ‘Prima Comunicazione’ si parla anche di: Tivù digitale; Banda larga; Sentenze sul web; Centro per il libro e la lettura; Riforma delle intercettazioni

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