Opinioni – Smile. La rete dei blogger dietro la campagna di Obama

Da ‘Prima comunicazione’, numero 388, Ottobre 2008


Le elezioni americane del 2008 passeranno alla storia non solo per avere visto in lizza il primo candidato (e speriamo presidente) afroamericano della storia, ma anche per il ruolo che nella campagna elettorale hanno giocato i nuovi media. Un intelligente uso del media Internet è stato essenziale per garantire a Obama decine di milioni di dollari di vantaggio nel fund raising, prima rispetto a Hillary Clinton e poi rispetto a John McCain.
Tutto sommato non una grande novità  visto che è evidente che il modello di business dell’e-commerce funziona bene e ha funzionato anche nel vendere i candidati o il candidato. La vera novità  è stata invece il ruolo che Internet ha giocato come vero e proprio medium. Non veicolando i siti dei media tradizionali, ma come grande arena democratica per gli user generated content, i contenuti messi in Rete dagli utenti stessi. In un bellissimo articolo pubblicato sabato scorso l’editor del Financial Times, Lionel Barber, ricorda che alla convention democratica di Denver, qualche giornalista del Ny Times ha avuto difficoltà  ad accreditarsi mentre i blogger erano lussuosamente ospitati in un’apposita tensostruttura di mille metri quadrati su due piani. Qualcuna la chiama YouTube election, qualcun altro la Prius campaign prendendo spunto dalla vettura ibrida della Toyota: un po’ media tradizionale, un po’ Internet.
Come abbiamo già  scritto più volte in questa rubrica il cambiamento è epocale, ma quello che non sempre è chiaro a tutti è che il cambiamento va in due direzioni: quella della distribuzione e quella dei contenuti. Quella della distribuzione è ormai accettata e conclamata. Tutti hanno chiaro che il Ny Times o il Corriere della Sera essendo oggi anche on line hanno accesso a una audience che non hanno mai avuto prima.
Quello che è meno accettato, particolarmente dai giornalisti, è la totale degerarchizzazione della notizia, la rivoluzione dei contenuti. L’autorevolezza, l’affidabilità  è sempre stata una delle motivazioni d’acquisto dei media tradizionali, in particolare dei quotidiani. Il tutto sostenuto da un modello di business ricco che finanziava imponenti redazioni e anche dalla mancanza di valide alternative. L’affermarsi del media televisivo ha spinto i quotidiani a spettacolarizzarsi guadagnando (o difendendo) copie, ma minando la propria autorevolezza. Internet ha annullato ogni gerarchia. Prima tra un dibattito al bar e un articolo sul quotidiano era riconosciuta una diversa autorevolezza, oggi tra un blog e un giornale tradizionale on line il gap di autorevolezza è quasi scomparso.
Un quotidiano, ancora oggi in tempo di crisi, ha una redazione che consentirebbe di pubblicare il triplo delle pagine di cui è composto. All’interno del giornale capiservizio, capiredattori, uffici centrali selezionano, gerarchizzano, mettono in pagina. Mettono in pagina appunto: in uno spazio finito. Esattamente il contrario dello spazio infinito di Internet in cui Google elenca le vostre ricerche secondo un ordine proporzionale al numero di richieste che ha già  avuto sullo stesso argomento.
Si illudono i giornalisti che contano su un presunto bisogno degli internauti di qualcuno che selezioni le notizie per te. Riprendo una citazione dello stesso articolo di Barber. “Mentre i quotidiani contano su un processo editoriale che attraverso reporter ed editore verifica l’attendibilità  della notizia prima della pubblicazione, la blogosfera conta sulla sua audience, sulla sua community per il controllo di qualità “. Esattamente come nel modello Wikipedia.
Il quotidiano si ferma ogni sera, alla chiusura e cristallizza errori, ritardi, opinioni. La Rete, i blogger vanno avanti eternamente dinamici: con più notizie, più aggiornate, controllate da milioni di lettori interattivi invece che da qualche caposervizio. L’attendibilità  della blogosfera non è garantita dal brand del giornale on line, ma è statisticamente supportata da una audience enorme e culturalmente interattiva pronta a discutere e a individuare l’errore e a indicarlo in Rete in tempo reale all’intero pubblico del o dei blog. Cui si aggiunge, ricorda ancora Barber, la desacralizzazione del ruolo del reporter.
Una delle notizie più pericolose per Obama è stata la sua battuta sugli operai della Pennsylvania che pensano solo a “fucili e religione”. La notizia è stata lanciata sull’Huffington Post da una blogger o una citizen giornalista di 61 anni senza alcuna formazione giornalistica. La stessa che infiltratasi come donor a un party dei Clinton ha strappato a Bill una abrasiva dichiarazione su Vanity Fair che aveva pubblicato una storia non proprio edificante sulla ex coppia presidenziale. Con la democratizzazione della comunicazione sarà  impossibile applicare codici deontologici, peraltro ormai poco applicati anche nel mondo più tradizionale. I più intelligenti tra i giornalisti lo hanno capito e usano la blogosfera per preparare i loro articoli. Lo ha fatto per anni Gianni Riotta, lo fa benissimo sul Corriere Maria Laura Rodotà , lo stanno capendo altri. È più efficace contare su centinaia di reporter improvvisati che sul paio di contatti diretti che puoi avere tu. C’è da chiedersi se abbia ancora senso avere costosi uffici di corrispondenza regolarmente battuti sul tempo e sulla qualità  dalla Rete. Che finiscono come ha fatto Massimo Gaggi sul Corriere della Sera per chiedere un parere sulla crisi economica a Gary Hurt, noto alle cronache solo per essersi giocato una nomination democratica per una scappatella ai Caraibi.

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