Associazioni e sindacati ““ Fieg. àˆ ora di cambiare!

Da ‘Prima comunicazione’, numero 388, Ottobre 2008


Il sito Internet della Federazione della stampa segna 1.314: sono i giorni passati dall’apertura della vertenza per il rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti. In parole povere quasi quattro anni di muro contro muro. O meglio, di tentativi del sindacato dei giornalisti per avviare una trattativa e del muro di gomma alzato dagli editori, mai così compatti nel pretendere una riscrittura delle norme che regolano i rapporti tra impresa e redazioni. Da qualche mese, anche per effetto dei nuvoloni che incombono sull’economia in generale e sul settore editoriale in particolare, Fieg e Fnsi sono tornate a confrontarsi a livello tecnico per cercare di uscire dall’impasse contrattuale. E si inizia a parlare di una soluzione imminente, con le reazioni di chi, come al Corriere della Sera, teme un arretramento delle posizioni sindacali sulle garanzie contenute nelle attuali norme contrattuali e sulla parte economica. Polemiche interne alla Fnsi che si intrecciano alla preoccupazione sui possibili effetti, anche occupazionali, di riorganizzazioni aziendali, che si incominciano già  a vedere in alcune realtà , come a La7 (annunciato il licenziamento di 25 giornalisti) e alla Gruner+Jahr, e che tam tam sempre più insistenti annunciano prossime in molte redazioni.
“La crisi impone la necessità  di fare un contratto nazionale di svolta”, afferma Alberto Donati, capo della delegazione degli editori alle trattative con la Fnsi, che Prima ha intervistato per capire a che punto è la vertenza contrattuale. “Abbiamo di fronte una crisi virulenta, di sistema, un cambiamento di fondo di come i media interagiscono con il sistema stesso. E noi facciamo ancora i conti con delle regole contrattuali superate, comunque insufficienti ad affrontare la situazione e che non aiutano a gestire il cambiamento”.
Prima – Sarebbe facile obiettare in modo un po’ vetero sindacalista che a ogni tornata contrattuale gli editori intonano la solfa della crisi di sistema. A furia di gridare sempre al lupo, anche voi diventate poco credibili di fronte alle oggettive difficoltà  attuali.
Alberto Donati – Questa volta non si tratta più delle tattiche a cui ci hanno abituato certi riti sindacali. Basta guardare che cosa è avvenuto e sta avvenendo anche in Paesi vicini all’Italia e a come sta cambiando la professione giornalistica nelle redazioni. Insomma, non possiamo più ricorrere a vecchi sistemi, ma cercare di trovare soluzioni contrattuali che, sicuramente, non basteranno a combattere la crisi, ma contribuiranno a gestire i processi che ne deriveranno. Già  tre anni e mezzo fa, quando si è aperta la vertenza, avevamo i segnali delle attuali difficoltà . E per questo avevamo proposto al sindacato di metterci attorno a un tavolo per ridiscutere con calma tutte le regole senza l’assillo della scadenza contrattuale. La Federazione nazionale della stampa come si sa non ha accettato. Ora, la valanga si sta avvicinando sempre più e impone un cambiamento concreto.
Prima – Lei parla di valanga. È quindi vero che siamo di fronte a un castello di carta: basta che il primo ne muova una e tutto crolla con conseguenze drammatiche per l’occupazione?
A. Donati – Basta vedere le vendite dei giornali e i ricavi da pubblicità  per capire come vanno le cose. C’è un primo problema, non direttamente collegato alla crisi, che è il contratto. Rinnovarlo è importante, anche se da solo non basta ad affrontare con efficacia la situazione. Però, nuove regole contrattuali che permettano di gestire le risorse giornalistiche con flessibilità , consentendone l’utilizzo per un’altra testata o un altro media di una stessa casa editrice, contribuirebbero ad attenuare le conseguenze di una congiuntura difficile. Questo è uno dei temi importanti in discussione con la Fnsi. L’altro problema riguarda più direttamente la crisi che, secondo il parere di molti, si potrà  riflettere sull’occupazione. Lo si può affrontare, tutelando il sistema e difendendo gli stessi giornalisti, facendo un passo avanti e superando posizioni che negli ultimi anni hanno influito negativamente sul rapporto tra editori e sindacato dei giornalisti. Oggi che cosa succede: a livello sindacale si riconosce l’esistenza di una crisi aziendale, si verifica un eccesso di risorse e per uscire dalle difficoltà  si concorda un piano per l’utilizzo degli ammortizzatori sociali. A quel punto ci ritroviamo l’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti, che si mette di traverso perché teme riflessi sui suoi conti.
Prima – Il rischio per le casse dell’istituto è reale, non ipotetico.
A. Donati – Sicuramente, ma l’approccio è sbagliato. Se le crisi ci sono, vanno risolte. Il problema è come gli editori, il sindacato e il governo – il ministero del Lavoro – aggiornano il sistema degli ammortizzatori sociali. Magari riconoscendo all’Inpgi le opportune risorse per non svuotare le sue casse. Certo, poi, bisogna discutere come i soldi debbano arrivare. Ma, in ogni caso, la strada giusta non è quella finora seguita dall’Inpgi.
Prima – Ma non c’è una richiesta comune di editori e Fnsi al governo per non far gravare sull’Inpgi i costi delle riorganizzazioni?
A. Donati – Sì. In ogni caso il problema va risolto. E va affrontato anche con il governo. Un passo comune, noi e l’Inpgi, l’abbiamo fatto nei confronti dell’esecutivo.
Prima – Quale è stata la risposta del governo?
A. Donati – Non c’è stata. Insisteremo. Con il governo bisognerà  anche discutere il miglioramento degli ammortizzatori sociali. Per esempio, i quotidiani hanno la possibilità  di prepensionare, i periodici no.
Prima – Neppure le aziende televisive.
A. Donati – La televisione non può addirittura mettere in cassa integrazione se non ricorrendo a una procedura molto strana. Per cui bisognerà  discutere un adeguamento di tutto il sistema. Intanto, però, dobbiamo risolvere il problema contrattuale.
Prima – A questo proposito girano ipotesi di accordo sulla parte normativa che stanno mandando in fibrillazione buona parte delle redazioni anche solo per il fatto che si parla con una terminologia impiegatizia di regole per il ‘personale giornalistico’. Quindi, è vero che c’è un’intesa almeno sulla prima parte del contratto?
A. Donati – Non c’è alcun accordo. Girano invece documenti tecnici, scritti un po’ dal sindacato e in parte dagli editori. Lo ripeto, bisogna affrontare il mutamento della professione giornalistica che inevitabilmente accompagna il cambiamento dell’assetto dei media. Dobbiamo trovare il modo affinché il giornalista lavori sulla carta stampata, su Internet e su altre piattaforme. Non è un fatto che possa sconvolgere.
Prima – Assolutamente no, tanto che sono già  stati fatti da tempo accordi sulla multimedialità  in molte case editrici.
A. Donati – Sì, ma si tratta di accordi sperimentali, un po’ volontaristici, raggiunti a livello aziendale. Invece, quello che molti chiamano multimedialità  è un principio che dobbiamo inserire nelle regole di base.
Prima – Magari senza appesantimenti economici.
A. Donati – Se è vero, come è vero, che il cambiamento c’è, non dovrebbero esistere. Se mai, si tratterebbe di mettere a disposizione delle risorse per l’aggiornamento e l’adattamento al cambiamento. Ma non si può affermare che per far lavorare un giornalista al sito web della sua testata bisogna chiedere una serie di autorizzazioni o dire che richieste del genere snaturano la professione giornalistica. Inoltre, se è vero che alcuni comparti editoriali stanno andando in crisi o si stanno trasformando, dobbiamo entrare nella logica di poter spostare le risorse giornalistiche che vi lavorano a un altro progetto all’interno della stessa azienda: a un’altra testata, a un media differente o a un’attività  diversa, senza che ciò comporti particolari problemi. Certo, questo deve avvenire nel rispetto dei livelli professionali del giornalista. Non siamo matti da spostare un bravo professionista a compiti dequalificanti. Lo impedirebbe anche il Codice civile.
Prima – Per capirci, sta dicendo che gli editori chiedono di avere libertà  sulla mobilità  interna all’azienda.
A. Donati – Il giornalista è un dipendente dell’azienda non della testata, a cui è assegnato provvisoriamente. Oggi, se vuole spostare un giornalista da una testata a un’altra, gli ostacoli spesso sono insormontabili. Mentre questo tipo di flessibilità  è uno strumento che consentirebbe agli editori, e agli stessi giornalisti, di rispondere a situazioni difficili. Inoltre, bisogna smettere con la prassi che se un giornalista scrive per un’altra testata della stessa azienda durante l’orario di lavoro viene pagato a parte. Non è assolutamente una norma contrattuale. Tanto che in alcune aziende per pagare quel compenso extra si sono fatti accordi per superare le regole del contratto. Credo che per impiegare il giornalista di una stessa azienda per un’altra testata serva soltanto l’autorizzazione del suo direttore.
Prima – Rispetto alla multimedialità , già  adesso nelle redazioni ci sono giornalisti che oltre a scrivere il proprio articolo per il giornale, rielaborano l’informazione per il web e i telefoni cellulari e contemporaneamente si collegano più volte al giorno per la radio e la televisione del gruppo. Loro stessi si pongono il problema della qualità  dell’informazione su temi che non hanno più tempo di approfondire.
A. Donati – Non capisco. È vero che una notizia, una volta valutata e approfondita, può essere declinata su piattaforme diverse. Ma questo non va a discapito della qualità  dell’informazione. Certo, bisogna adeguare e mettere a punto l’organizzazione del lavoro per consentire al giornalista di svolgere la sua attività  nel migliore dei modi. Lo ripeto, gli editori non sono matti, nessuno vuole che tutti facciano tutto per forza ed esclude che vi siano specializzazioni. Sul tema della flessibilità  è infatti importante introdurre nuove forme organizzative che, facendo informazione in maniera specialistica, possano essere utilizzate da varie testate all’interno della stessa impresa.
Prima – Già  nelle redazioni sostengono che gli editori pensano a service interni, formati da redattori con meno diritti degli altri giornalisti dell’azienda. Micro aziende nelle aziende dove non si supererebbe la soglia di 15 dipendenti per non far valere lo Statuto dei lavoratori.
A. Donati – Non è così. Parliamo di organizzazioni redazionali con un proprio direttore, con giornalisti dipendenti dell’azienda, incaricate di fare dell’informazione specialistica – ad esempio: l’arredamento o la televisione – utilizzabili da varie testate della casa editrice.
Prima – Un altro punto scottante riguarda la vostra richiesta di trasformare i quadri di redazione in dirigenti.
A. Donati – Si parla di figure giornalistiche che giocano un ruolo manageriale importante all’interno di un giornale. Mi riferisco, a capiredattori centrali, vice direttori. Bisogna riconoscere che questi livelli professionali hanno un rapporto fiduciario con il direttore e l’azienda. Quindi, se cambia il direttore…
Prima – Insomma, volete introdurre il principio che vice direttore o caporedattore lo si è a termine. Se cambia il direttore un quadro può tornare anche ad altri compiti o addirittura essere licenziabile.
A. Donati – Va trovato un modo per regolare la questione: discutere i modi e trovare le giuste garanzie. Vogliamo evitare che professionalità  di alto livello non vengano più utilizzate perché viene a mancare, anche per i motivi più banali, un rapporto fiduciario.
Prima – Su tutti questi aspetti normativi siete arrivati a una sintesi con la Fnsi?
A. Donati – Sui principi ci sono molte convergenze. Sul come trasformare i principi in regole concrete da calare all’interno delle imprese si sta ancora discutendo. A ogni modo, dalla trattativa non si può uscire con un contratto ambiguo che si presti a diverse interpretazioni a livello aziendale. Il contratto dei giornalisti è complesso, basta vedere come viene diversamente interpretato a livello giudiziario. È il risultato della storia del rapporto tra editori e giornalisti e della forza di una categoria che è la risorsa fondamentale di un’impresa editoriale.
Prima – I giornalisti dubitano che gli editori lo pensino veramente.
A. Donati – Non c’è dubbio che sia così. Anche se, consapevole di questa forza contrattuale, qualcuno nella categoria ne ha approfittato o ha ecceduto. Noi abbiamo bisogno di rinnovare il contratto anche per estendere sempre più l’intermediazione dei giornalisti sull’informazione ai nuovi media. Oggi, su Internet non sempre la serietà  dell’informazione è garantita dalla professionalità  che può fornire solo un giornalista.
Prima – Mi sembra che nella trattativa siano scomparse le richieste del sindacato riguardo le garanzie per i precari e i free lance.
A. Donati – Sono temi importanti, ma davvero secondari rispetto a quanto sta succedendo. Ciò non esclude che debbano essere ripresi, ma prima di tutto bisogna risolvere i temi fondamentali.
Prima – Per concludere la vertenza serve anche l’intesa sulla parte economica. Mi sembra che lei non abbia rinunciato a portare a casa una riduzione dell’impatto degli scatti di anzianità , suo cavallo di battaglia da almeno 15 anni. E su questo terreno le redazioni entrano in fibrillazione.
A. Donati – Ci sono parecchi equivoci quando si parla di costo del lavoro. Come se quello fosse il problema in sé. E non è vero che gli editori puntino ad abbatterlo, distruggendo il potere di acquisto dei giornalisti. Il problema è la dinamica del costo del lavoro. Noi puntiamo a controllarla. Credo che dopo l’ultima trattativa per i piloti Alitalia, i giornalisti italiani siano rimasti gli ultimi al mondo ad avere scatti che si rivalutano nel tempo. Oggi il costo del lavoro giornalistico cresce quasi del 3% l’anno solo per effetto degli scatti. Bisogna intervenire su questa dinamica. Pochi lo sanno, ma il costo del lavoro giornalistico è cresciuto più dell’inflazione, anche senza rinnovare il contratto.
Prima – È velleitario parlare di firma del contratto entro la metà  di novembre?
A. Donati – Previsioni sui tempi non ne faccio. Spero solo che cresca la consapevolezza rispetto alla situazione che dobbiamo affrontare. La soluzione passa dal lavoro molto importante che dobbiamo affrontare nelle prossime settimane, quando dovremo verificare se è possibile concretamente scrivere la parte normativa. Non c’è nessun attacco alla professionalità  dei giornalisti da parte degli editori. Ma i giornalisti devono capire che così come è cambiata l’azienda editoriale, non è più possibile fare oggi i giornalisti così come lo si faceva ieri. Inoltre, nessuno vuole mettere in discussione il ruolo del sindacato e dei comitati di redazione, e la contrattazione. Se mai si tratta di ridiscutere le ritualità  di un modo di condurre le relazioni sindacali che ormai appartiene a un’altra storia.
Intervista di Carlo Riva
(registrata il 3/10/2008)

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