Servizio di copertina – FRANCA LA PREZIOSA

Da ‘Prima comunicazione’, numero 387, Settembre 2008


Come vogliamo chiamarla: la zarina italiana della moda? O il “leggendario direttore” di Vogue Italia, come ha recentemente scritto il quotidiano inglese The Independent? Forse né in un modo né nell’altro, tanto più che lei di questi e degli altri cento soprannomi che negli anni le hanno affibbiato francamente se ne infischia.
Franca Sozzani a luglio ha festeggiato i vent’anni di direzione di Vogue Italia, da quasi due anni dirige anche L’Uomo Vogue, da settembre firma pure Vogue Pelle e Vogue Gioiello e dal 1994 è direttore editoriale della Condé Nast. Una tale concentrazione di incarichi nelle sue mani sembra fatta apposta per alimentare il mito di questa donna che simbolicamente in Italia (ma non solo) incarna il potere dell’editoria di moda, con tutto il contorno di lodi, cortigianerie e veleni che il ruolo comporta.
Alla Condé Nast di Milano, filiale della casa editrice americana di proprietà  della famiglia Newhouse, Franca Sozzani, nata in una buona famiglia della borghesia lombarda, è arrivata quando era poco più che una ragazza acconciandosi all’inizio a fare di tutto un po’ pur di entrare in quell’ambiente che allora ai suoi occhi rappresentava solo il massimo della bellezza e del piacere estetico.
Nel gruppo editoriale più importante al mondo nel campo della moda, ha poi avuto modo di capire e sperimentare i meccanismi che regolano il delicato bilanciamento di poteri fra editoria, pubblicità  e mondo della produzione, e ha fatto tesoro della lezione sfruttando al massimo il vantaggio di averla appresa nell’unica casa editrice italiana già  a quell’epoca di respiro internazionale.
Così, una volta arrivata al comando di Vogue, mensile che in ogni Paese è al tempo stesso bandiera e pilastro economico della Condé Nast (è stato così anche in Italia fino alla nascita del settimanale Vanity Fair), non aspettava altro che di poter dare la sua impronta al gioiello più splendente della corona.
A Franca Sozzani amici e nemici riconoscono un fiuto istintivo nello scoprire nuovi talenti, tanto fra i fotografi quanto fra gli stilisti. Non abbiamo motivo di dubitarne, ma il fiuto maggiore lo ha avuto nel capire al volo cosa stava per succedere nel grande business del glamour: l’internazionalizzazione obbligata delle griffe e la nascita di nuovi marchi di dimensione globale che portavano con sé la necessità  di nuove forme di comunicazione.

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