Opinioni – Smile. Preoccupa il dopo Benedetto

Da ‘Prima comunicazione’, numero 387, Settembre 2008


Se non faccio male i conti erano 25 anni che Marco Benedetto lavorava al Gruppo L’Espresso, la gran parte dei quali come amministratore delegato. In questi anni è passato attraverso
la cessione del gruppo a De Benedetti, l’acquisto della Mondadori, la battaglia Berlusconi-De Benedetti, il lodo Ciarrapico, l’amministrazione delegata di Passera, il ritiro di Scalfari, la nomina di Ezio Mauro.
Benedetto non ama i riflettori, in questi anni i giornali hanno parlato di Scalfari, di Passera, di Caracciolo, di De Benedetti, persino dell’ex direttore generale di Repubblica Paolo Dal Pino, ma il vero owner del gruppo è stato lui.
È dal ’90 circa che mi capita di pensare che il Gruppo L’Espresso “possa fare meglio” su questo o quel progetto e che tra me e me rimprovero a Benedetto di essere troppo conservatore, poco innovativo o troppo prudente. Ed è dal ’90 che mi trovo a constatare che invece aveva ragione lui. Il bilancio della sua gestione è inequivocabilmente positivo. Il portafoglio prodotti è solido, i risultati di diffusione e lettura altrettanto. L’unica pecca: una struttura organizzativa piatta, senza candidati alla successione e con una prima linea di manager già  arrivati al loro massimo livello di competenza.
Ora Benedetto se ne va e arriva la coppia De Benedetti-Mondardini. Sì, la coppia, perché con la decisione di scindere Cir e con la nomina del nuovo amministratore delegato è evidente che siamo in presenza di un ritorno in campo dell’Ingegnere. E la cosa francamente preoccupa.
Preoccupa perché non si vedono le ragioni di tanto impegno. Il gruppo si basa su tre pilastri: Repubblica, i giornali locali e L’Espresso, citati in ordine di importanza economica e strategica.
Ho già  scritto più volte che nella ineluttabile crisi dei quotidiani Repubblica sarà  l’ultima a soffrire. Scalfari ha fondato un giornale che ha pochi eguali al mondo (con questo livello di diffusione) nella profondità  di rapporto con i suoi lettori, una relazione brand-consumatore fortissima e precisa. Ezio Mauro è riuscito a rinforzare ulteriormente il posizionamento di Repubblica passando attraverso tutta l’era berlusconiana senza soffrirne e senza ghettizzare il suo quotidiano su posizioni settarie.
Ho letto sui giornali notizie, poi smentite dall’Ingegnere, di una sua sostituzione. Ho letto i nomi di de Bortoli e Verdelli, due direttori che stimo moltissimo, ma che poco potrebbero aggiungere al quotidiano romano. Un direttore in pectore se lo stanno allevando in casa e sarà  pronto tra qualche anno ed è Mario Calabresi che ha l’esperienza dell’ufficio centrale e oggi è, con Maurizio Molinari della Stampa, il miglior corrispondente da New York.
Per quanto riguarda i giornali locali sono i meno minacciati a breve dal fenomeno Internet e hanno una eccellente struttura di costi visto le sinergie che il Gruppo L’Espresso ha saputo implementare. Rimane il magazine L’Espresso: certamente i newsmagazine non sono i prodotti dal futuro più brillante, ma il settimanale romano se la sta cavando decentemente.
Certo ci sono delle cose da fare: investire un po’ di più su Internet dove il gruppo fa già  bene, convincere Mauro a smagrire Repubblica, che dal lancio di ‘R2’ sembra un giornale confezionato per degli inesistenti lettori bulimici, mettere ordine nelle iniziative radio e tivù. Tutto questo merita il ritorno in campo dell’Ingegnere? A noi sembra di no.
A proposito di direttori, Ferruccio de Bortoli ha una lunga tradizione di provata indipendenza che gli è costata anche qualche momento difficile. Su questo tema su cui molti parlano, lui fa. E fa con molta classe. Lo prova il paginone con l’intervista di Milena Gabanelli a Matteo Arpe, pubblicata dal Sole 24 Ore nel mezzo della crisi sulla governance di Mediobanca. Un vero scoop: Arpe non è amato da nessuno dei protagonisti: né da Geronzi con cui si scontrò in Capitalia, né da Profumo, né da Nagel da cui lo divide un’antica rivalità . Quindi assolutamente indipendente, ma anche capace di urtare molte sensibilità . E pur con una serie di risposte apparentemente prudenti a delle ottime e intelligenti domande è riuscito a entrare nella carne viva di alcuni dei protagonisti. Certamente la cosa più interessante che si è letta sull’argomento.
E ancora a proposito di direttori e cose interessanti, l’intervistona di Ezio Mauro a Roberto Colaninno è la miglior cosa che sia stata scritta su Alitalia. Colaninno è perfetto sia nel ruolo di imprenditore sia in quello di cittadino e nella capacità  di separare i due ruoli senza sottrarsi alla responsabilità  che ciascuno dei due ruoli comporta. E le sue risposte consentono di farsi un giudizio sulla vicenda, da Air France a oggi, con grande chiarezza.

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