Il Parlamento e le leggi sulla comunicazione


Decreto ‘salva Retequattro’
Ddl n. 714 di conversione del decreto legge n. 59-2008 – Alla fine di un duro braccio di ferro, che ha interrotto il minuetto che caratterizzava il confronto tra Pdl e Pd nell’avvio della nuova legislatura, il governo Berlusconi è stato costretto a fare marcia indietro e a modificare parte dell’emendamento, subito ribattezzato ‘salva Retequattro’, inserito nel decreto con cui il precedente governo Prodi aveva recepito una serie di direttive europee. In particolare, l’opposizione di Pd e Italia dei valori (Idv) ha ottenuto l’eliminazione del riferimento con cui il nuovo esecutivo – nel correggere le norme di accesso al digitale per andare incontro alle eccezioni sollevate dall’Unione europea ed evitare così multe salate al nostro Paese – fotografava anche lo status quo del settore televisivo.
L’emendamento contestato consentiva infatti fino al 2012 – data in cui secondo le disposizioni decise nell’ultima legge finanziaria di Prodi avverrà  lo switch off dall’analogico al digitale – la prosecuzione delle trasmissioni a tutte le tivù attualmente operanti, Retequattro compresa. In barba dunque alla sentenza della Corte di giustizia europea che nei mesi scorsi ha acceso i riflettori sulla terza rete Mediaset, dando ragione a Europa 7, la tivù dell’imprenditore abruzzese Francesco Di Stefano che nel 1999 vinse la gara per l’assegnazione delle frequenze senza però mai ottenerne l’uso in quanto occupate da Retequattro.
Dopo la protesta dell’opposizione, che ha subito messo in scena alla Camera un duro ostruzionismo mentre l’Idv di Di Pietro gridava al conflitto d’interessi, il governo ha dunque ingranato la retromarcia. Nel frattempo l’esecutivo è stato chiamato dal Consiglio di Stato a dare delle spiegazioni motivate sulla mancata assegnazione a Europa 7 delle frequenze e della licenza di operatore televisivo nazionale. E chi si attendeva che i giudici di Palazzo Spada risolvessero l’annosa vicenda ‘ritirando’ le frequenze a Retequattro, in base anche a quanto pronunciato dalla Corte europea, è andato deluso: la sentenza emessa il 31 maggio scorso ha ribadito che tocca all’esecutivo, e non alla giustizia amministrativa, decidere del destino delle frequenze contestate, mentre il Consiglio di Stato potrà  pronunciarsi soltanto sul risarcimento del danno. In base alla sentenza, entro il 15 ottobre il ministero dello Sviluppo economico, guidato dal forzista Claudio Scajola, dovrà  dunque fornire – insieme all’Autorità  per le garanzie nelle comunicazioni – una risposta motivata, unitamente al quadro delle eventuali frequenze (merce rarissima) disponibili sul territorio italiano. In base a queste risposte il Consiglio di Stato potrà  predisporre il risarcimento del danno a Di Stefano, che ha chiesto allo Stato ben 2,16 miliardi in caso di “tardiva attribuzione delle frequenze” e 3,5 miliardi in caso di “accertata impossibilità  di assegnazione delle frequenze”.
Adesso la palla passa al ministero e nello specifico al sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani. E due sono le opzioni: rispondere con la linea dura alle richieste di Europa 7, ribadendo il no alle frequenze (da anni Mediaset sostiene che la questione sarebbe stata già  superata dalla legge Gasparri) e facendo pagare allo Stato (cioè ai cittadini italiani) il risarcimento del danno; oppure cercare una soluzione alternativa. Secondo Paolo Gentiloni (Pd) basterebbe che il governo Berlusconi riprendesse il piano che l’ex ministro del governo Prodi aveva avviato: dal censimento di tutti gli impianti potrebbero emergere i doppioni che non servono a Rai e Mediaset, recuperando così frequenze disponibili.
Con le parti del decreto approvate dal Parlamento il 5 giugno, il governo ha invece modificato quelle norme d’accesso alle frequenze digitali per cui il nostro Paese rischia di essere messo da Bruxelles sotto procedimento d’infrazione. Il provvedimento ha trasformato da licenza a semplice autorizzazione il titolo abilitativo per gli operatori tivù sul digitale, e ha aperto le frequenze televisive a tutti i soggetti autorizzati (e non più solo a quelli già  attivi sull’analogico come Rai, Mediaset e La7). Inoltre ha fissato un termine coincidente con lo switch off del 2012 per la fine delle autorizzazioni sugli impianti analogici, ribadendo che l’assegnazione delle frequenze digitali avverrà  nel rispetto delle norme europee garantendo il pluralismo. Infine ha assegnato un termine di tre mesi per definire il calendario per il passaggio definitivo al digitale terrestre, con l’indicazione delle aree territoriali interessate e delle rispettive scadenze come già  avvenuto in via sperimentale in Valle d’Aosta e in Sardegna.
Basterà  questo a metterci al riparo dalle sanzioni europee? Vincenzo Vita (Pd) ritiene di no: se infatti il decreto risolve uno dei punti dell’infrazione comunitaria, cioè il passaggio dall’accezione di licenza a quella di autorizzazione generale, “non chiarisce pressoché nulla sui caratteri della transizione da analogico a digitale”. Secondo il sottosegretario alle Comunicazioni nel quinquennio dei governi di centrosinistra ’96-2001, rimane tutt’altro che fugato il rischio che anche nel digitale si perpetui la concentrazione televisiva presente nell’analogico. Con buona pace del pluralismo.

Nella rubrica su ‘Prima comunicazione’ si parla anche di: Legge sull’editoria; Riforma delle intercettazioni telefoniche; Provvedimenti per lo spettacolo

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