Rubriche – Pietro Calabrese. Tu vois, je n’ha pas oublie

Da ‘Prima comunicazione’, numero 382, Marzo 2008


Sì, io mi ricordo
Ricordo, oggetto per oggetto, le 27 stanze dei vari giornali in cui ho lavorato


Ricordo un viaggio in Provenza che non abbiamo mai fatto


Ricordo la luna piena


Ricordo tutti i titoli della prima pagina del Messaggero il mio primo giorno da direttore


Ricordo quanto erano scemi i film con il cane Lassie


Ricordo quella notte di guerra sulla terrazza dell’hotel Cavalier di Beirut ovest, quando dissi a una collega belga che quei lampeggianti nel cielo della città  mi facevano pensare al festino di Santa Rosalia nel golfo di Palermo. Mi guardò come si guarda uno senza cervello


Ricordo molti anni dopo, quando lessi che l’hotel Cavalier era stato completamente distrutto da due bombe


Ricordo che Sandra Lonardo Mastella, alla giornalista che le chiedeva se fosse vero che nella sua villa c’era una piscina a forma di cozza, rispose in tono definitivo: “È a forma di coquille Saint Jacques, nello stile raffinato della padrona di casa”


Ricordo, una per una, tutte le giornate di sciopero che Paolo Serventi Longhi ha fatto fare ai giornalisti per chiudere un contratto che poi non ha chiuso. Ma non gliene voglio per questo: ho sempre adorato dare ragione ai perdenti


Ricordo una lunga stagione della vita in cui mi emozionava sapere di avere torto e continuare a sbagliare


Ricordo le chitarre nelle sinfonie di Manuel de Falla


Ricordo le lunghe passeggiate con Paolo Mieli al parco Lambro, dalle parti di via Rizzoli, quando tutti pensavano che stavamo lì a ordire strategie di giornali e poteri forti, e invece chiacchieravamo di donne, di lontananze, di sogni


Ricordo il verso di Metastasio: “Sogni e favole io fingo…”


Ricordo il dromedario che tutte le mattine e tutti i pomeriggi passava lento sulla spiaggia a una trentina di metri davanti alla casa di Malindi, e rendeva ancora più magici quei giorni incantati di una vacanza regalata dalla vita


Ricordo l’intelligenza scintillante della conversazione di Beniamino Placido e quel suo modo complice di ridere delle miserie del giornalismo


Ricordo che certi cambi di direzione nei giornali somigliano ai tempi del circo equestre: se cade il trapezista subito fanno entrare i clown per distrarre il pubblico pagante


Ricordo i versi di quella canzone di Jacques Brel: “On n’oublie rien de rien/ On n’oublie rien du tout/ On n’oublie rien de rien/ On s’habitue, c’est tout”


Ricordo il piacere che mi ha sempre dato aprire con il tagliacarte le pagine merlettate di un vecchio libro


Ricordo che Sofia Annesi Piacentini, una delle donne più intelligenti che abbia mai conosciuto, possedeva quasi mille paia di scarpe, era fissata con le calzature, ma lasciò scritto che voleva essere sepolta scalza. E così fu


Ricordo quella frase di Marcel Duchamp: “Sono sempre gli altri a morire”


Ricordo i dodici numeri di Capital da me diretto, e quella piccola redazione di nove persone che ha compiuto il miracolo di resuscitare un mensile che tutti davano per morto


Ricordo, tra le molte cose buone di quell’anno passato a Via Rizzoli, alcune cene con Gaddo della Gherardesca, che ognuno dovrebbe
invitar fuori nelle serate di depressione, di stanchezza, di sconforto


Ricordo che certe giornate cominciano male e finiscono anche peggio


Ricordo la festa a sorpresa che Afef ha organizzato per i 60 anni di Marco Tronchetti Provera nella loro nuova casa di via Bigli. E la tenerezza che mi ha fatto tornare a Milano per stare con quegli amici di una stagione felice


Ricordo anche che senza quegli otto anni passati a Milano oggi sarei un uomo molto più povero di spirito


Ricordo la risata contagiosa di Antonello Perricone e le nostre cena al Baretto di via Senato, durante le quali parlare di Palermo ci faceva bene al cuore


Ricordo il tempo in cui la pubblicità  si chiamava réclame


Ricordo quel piccolo locale con gli ombrelloni gialli e blu affacciato sul mare siciliano di Finale: è lì che ho chiacchierato per l’ultima volta con il mio amico Felice La Rocca, che mi manca molto


Ricordo che non bisogna mai fidarsi dei secondi appuntamenti, se i primi sono andati buca


Ricordo quel mio amico dolce e saggio che diceva che all’avvicinarsi della fine del mondo sarebbe tornato in Sicilia perché in quell’isola tutto accade sempre con almeno cinquant’anni di ritardo


Ricordo l’oca pazza di Segrate, quella bianca con il bozzo in testa


Ricordo tante riunioni nei giornali convocate appositamente per cercare nuovi spunti e nuove idee, e ogni volta mi veniva in mente la frase di Stefano Benni: “Le idee sono come le tette, se non sono abbastanza grandi si possono sempre gonfiare”


Ricordo di aver sempre creduto all’immortalità  delle biblioteche


Ricordo quello che diceva il francese Gilbert Doucet, geniale allenatore di rugby: “Chi perde è comunque un coglione”


Ricordo il bosco di agrifogli pluricentenari sulle Madonie: non sono cespugli, sono alberi, antichi e saggi


Ricordo il black mamba di Kill Bill


Ricordo la ‘leccornìa proletaria’, rigorosamente con l’accento sulla i, di Peppino Sottile. Ma trattandosi di cosa sicula, intima e delicata, solo Peppino può spiegarla. Se vuole


Ricordo l’insegnamento di Aristotele: “Le storie si capiscono solo alla fine”


Sì, io mi ricordo

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