Il Parlamento e le leggi sulla comunicazione


Riforma del sistema radiotelevisivo – Ddl n. 1825 – Comunque vada e chiunque siederà  a Palazzo Chigi, si ritroverà  a dover sciogliere il nodo del sistema radiotelevisivo con l’Italia messa sotto procedura d’infrazione dall’Europa. La Corte di giustizia di Lussemburgo, il 31 gennaio scorso, ha infatti definito ‘illegittima’ l’attribuzione delle frequenze radiotelevisive e ha dato ragione all’imprenditore abruzzese Di Stefano che nel ’99 si aggiudicò una concessione nazionale per Europa 7 senza però mai ottenerla perché ‘occupata’ da Retequattro. Nei prossimi mesi l’Alta Corte si pronuncerà  anche sul ricorso della commissaria europea per la Concorrenza contro la legge Gasparri (varata dal governo Berlusconi proprio per ‘aggirare’ la questione di Retequattro attraverso il passaggio dall’analogico al digitale) perché lesiva del pluralismo e della concorrenza. Secondo la Commissione Ue, la legge – sancendo che soltanto chi trasmette in analogico può accedere al sistema digitale – perpetua il duopolio Rai-Mediaset anche perché non prevede alcun obbligo certo per la restituzione delle vecchie frequenze. L’inevitabile procedura d’infrazione costerebbe una multa pari a 300-400mila euro al giorno fino a quando non sarà  sanata la situazione.
Una soluzione sarebbe potuta arrivare dal ddl presentato 15 mesi fa dal ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni e all’ordine del giorno, proprio in questi giorni, nei lavori della Camera. Ma la crisi di governo ha fatto sì che il provvedimento – a lungo esaminato dalle commissioni congiunte Trasporti e Cultura di Montecitorio che lo ha licenziato un paio di mesi fa – rimanesse sostanzialmente lettera morta. Comunque, a prescindere dalla crisi, difficilmente la riforma sarebbe stata varata. Se anche la normativa avesse superato il voto della Camera – come aveva più volte sollecitato il ministro in polemica con la sua stessa maggioranza accusata di aver dilazionato troppo i tempi – la contrarietà  da sempre espressa dall’Udeur insieme alla forte opposizione del centrodestra avrebbero reso difficile il via libera da parte del Senato. Soltanto uno sfaldamento della Cdl (che per un attimo è sembrato all’orizzonte quando Berlusconi annunciò la fine della coalizione definendola un ectoplasma e suscitando la rivolta di Fini e Casini) avrebbe consentito il varo di una legge che Mediaset ha fortemente osteggiato: la normativa fissava per la fase transitoria un limite alla raccolta pubblicitaria causando un notevole danno per le reti del Cavaliere.
Difficile prevedere cosa accadrà  adesso. Il patron di Europa 7 chiede che il Consiglio di Stato, ora che ha ottenuto il pronunciamento della Corte europea, riconosca sia il risarcimento danni sia il diritto alle frequenze su cui trasmettere; mentre Mediaset sostiene che il Consiglio è legittimato a decidere soltanto sul risarcimento danni che, comunque, sarebbe a carico dello Stato, e cioè della collettività . Secondo alcune interpretazioni giuridiche il Consiglio di Stato potrebbe obbligare le istituzioni italiane, segnatamente il ministero delle Comunicazioni e l’Agcom, a fare quanto è possibile per applicare la sentenza della Corte europea che diverrebbe così esecutiva, ma è più facile immaginare che dica al Parlamento di intervenire con una legge. E data la situazione politica, tutto sarebbe demandato al prossimo Parlamento. Secondo il presidente dell’Agcom, basterebbe comunque modificare la legge Gasparri almeno in alcuni punti. Per Corrado Calabrò, infatti, il legislatore deve assicurare “che non si prolunghi l’uso delle frequenze in base a una assegnazione che ha convalidato una occupazione di fatto”. Un obiettivo che già  sarebbe stato raggiunto con il piano di riassegnazione di frequenze digitali per la Sardegna: “Abbiamo anticipato i criteri dettati dalla Corte Ue, forzando la legge Gasparri, per cercare di adeguarci al diritto comunitario. In questo modo siamo riusciti ad attribuire frequenze anche a nuovi utilizzatori”, ha dichiarato Calabrò sottolineando che proprio l’esempio della Sardegna dovrebbe indurre il governo a procedere allo switch off (che in Finanziaria è stato fatto slittare al 2012) per aree geografiche. Da qui l’amara constatazione di gran parte del centrosinistra che aveva ben presente le difficoltà  dovute alla risicata maggioranza numerica. “Se invece di procedere con una riforma così ambiziosa come quella presentata dal ministro Gentiloni, si fosse intervenuti con dei ‘ritocchi’, procedendo con una serie di piccole norme, forse si sarebbero ottenuti maggiori risultati”, è l’opinione diffusa. Un rimprovero che alcuni settori di centrosinistra riservano anche alla gestione di altri provvedimenti, non a caso rimasti tutti lettera morta.


Nella rubrica su ‘Prima comunicazione’ si parla anche di: Riforma della Rai; Conflitto di interessi; Legge sull’editoria; Legge sul cinema; Intercettazioni telefoniche


 

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