Rubriche – Lettera da Parigi. Sarkozy cerca un miliardo per la tivù pubblica

Da ‘Prima comunicazione’, numero 381, Febbraio 2008

A poco più di un mese dall’annuncio, da parte del presidente Nicolas Sarkozy, della soppressione della pubblicità  sulle reti del servizio pubblico, il carattere improvvisato di questa decisione è ormai evidente. Così come è palese lo scontento delle aziende e, fatto più inaspettato, anche quello della pubblica opinione. È pur vero che in questo momento, a un mese dalle elezioni amministrative che si annunciano problematiche per la destra, ogni sondaggio è una tegola sulla testa del povero Sarkozy, ma era difficile prevedere che i francesi, sempre pronti a criticare l’eccesso di affollamento pubblicitario in un Paese in cui pure la tivù non è affatto invasa dagli spot, avrebbero espresso in misura superiore al 50% la loro opposizione alla scomparsa della pubblicità  su France 2 e France 3.
In realtà  l’opinione pubblica segnala così la sua contrarietà  all’inevitabile aumento degli spot sulle reti commerciali – Tf1 e M6 – e alla privatizzazione di almeno una delle reti statali. Se infatti le aziende che fanno pubblicità  in tivù temono un cospicuo aumento delle tariffe – secondo Aegis, numero uno dei centri media, potrebbe essere superiore al 15% – il problema principale che la precipitosa decisione di Sarkozy lascia irrisolto è quello del finanziamento del pubblico servizio. Per far fronte alla soppressione dei ricavi pubblicitari, infatti, per il 2009 sarà  necessario trovare almeno 750 milioni, più altri 300 per compensare con nuovi programmi il tempo finora occupato dagli spot.
Per evidenti ragioni elettorali Sarkozy non vuole sentir parlare di un aumento del canone – attualmente 116 euro – che pure è tra i più bassi d’Europa. Tuttavia per reperire le risorse necessarie non basteranno le nuove tasse annunciate per le tivù private, e nemmeno quelle che l’Eliseo vorrebbe mettere sulla pubblicità  raccolta dai siti Internet. Il ministro della comunicazione Christine Albanel – che avrebbe appreso dalla tivù la decisione del presidente della Repubblica – vorrebbe tassare i personal computer, i televisori e i telefonini. Tutti gli interessati protestano e fanno notare che saranno comunque i consumatori a pagare, canone o meno.
Ma cosa ha spinto un presidente liberale come Sarkozy – consigliato, pare, dall’ex presidente del consiglio di sorveglianza di Le Monde, Alain Minc – a partire in crociata contro la pubblicità , per “proteggere la qualità  dei programmi del servizio pubblico”? L’ipotesi che la decisione nasconda e prepari una riduzione del perimetro di France Télévisions diventa sempre più credibile, nonostante le smentite dello stesso Sarkozy e del ministro Albanel. Si comincerebbe – lo scrive il sito Internet Mediapart, dell’ex direttore di Le Monde Edwy Plenel – con la vendita della struttura d’informazione regionale di France 3, una redazione di 800 persone, ai grandi quotidiani locali, tutti dotati di emittenti televisive oggi in grave deficit e che così potrebbero risalire la china. E, se ciò non bastasse, altri spezzoni del servizio pubblico verrebbero ceduti ai privati. Tutto è ancora possibile, ma all’eventualità  che Sarkozy aumenti le tasse di un miliardo per poter trasmettere nel prime time su France 2 concerti e programmi culturali ci credono davvero in pochi.

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