Opinioni – Smile. Mettere un tetto alle retribuzioni Rai? Una cretinata

L’articolo riprodotto su Primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 378, Novembre 2007, di ‘Prima Comunicazione’


Sono uno dei pochi a pensare che i nostri parlamentari, nazionali ed europei, non siano necessariamente superpagati. Sono troppi, spesso incompetenti, spesso poco onesti, ma non credo che il mestiere di fare le leggi, cioè di stabilire le
regole che governano l’azienda Italia, sia un mestiere da pagare meno di un importante quadro dirigente. Quando si valuta l’adeguatezza dei compensi di un’azienda si utilizza come criterio principale il confronto con gli stipendi del settore in cui si opera e la difficoltà -facilità  relativa nel reperire risorse. Ovviamente il mestiere della politica è un po’ anomalo e obbliga anche a qualche comportamento esemplare nei confronti di una maggioranza di elettori che occupa la parte bassa della piramide salariale e in quanto a riferimenti comparativi li trova solo negli altri Paesi.
Qualche settimana fa il presidente della Repubblica francese si è quasi raddoppiato lo stipendio adeguandolo a quello del cancelliere tedesco. La mossa è stata giudicata impolitica (mezzo bicchiere vuoto) o priva di ipocrisia (mezzo bicchiere pieno), ma credo che nessuno possa negare che quel ruolo meriti 250mila euro di stipendio anche se ovviamente non mancano i benefit di una bella casa come l’Eliseo o l’uso della flotta presidenziale. Comunque credo che nessuno possa negare che gli stipendi della politica siano un argomento delicato e controverso.
Assolutamente incomprensibile invece è l’estensione del dibattito alle aziende a partecipazione o controllo pubblico. In quasi tutti i casi si tratta di aziende che vivono in un sistema competitivo, con concorrenti privati che competono sullo stesso mercato del lavoro. Stabilire un tetto alle retribuzioni delle aziende pubbliche significa semplicemente svantaggiarle rispetto ai loro concorrenti, condannarle ad accedere a un mercato del lavoro di serie B.
Tutto questo applicato alla Rai raggiunge il livello del ridicolo.
È evidente a tutti che nonostante goda di una quota di ricavi garantiti dal canone si tratta di un’azienda strutturalmente inefficiente. I numeri parlano da soli: nei suoi anni migliori guadagnicchia raggiungendo risultati di audience più o meno pari a quelli del suo concorrente con un numero di dipendenti che è più del doppio di quelli di Mediaset. E questo nonostante approfitti di marche come Raiuno, Tg1, Tg2, ecc. che sono state lanciate decenni prima di quelle Mediaset.
Dopo la vittoria del centrosinistra ci siamo dovuti subire una serie di stupidaggini che cominciano sempre con “la più grande istituzione culturale del Paese”, continuano con “il ruolo insostituibile del servizio pubblico” e si concretizzano con “basta produzioni esterne, la Rai è piena di talenti” per arrivare a ” ‘L’isola dei famosi’ è uno scandalo”… “basta reality show”. E ora è arrivato qualche bello spirito che propone di mettere un tetto alle retribuzioni. È proprio vero come scriveva spesso Biagi, citando non ricordo più chi, che “la madre dei cretini è sempre incinta”.
In questa rubrica abbiamo discusso più volte della necessità  di chiarire una volta per tutte l’equivoco di un ‘servizio pubblico’ che deve competere sul mercato della pubblicità  e quindi delle audience. L’equivoco c’è sempre stato ma oggi la confusione ha raggiunto il massimo. Imporre per legge (perché di questo si tratta) un tetto alle retribuzioni Rai credo non l’avesse mai pensato nessuno.
Eppure le cose da fare sono evidenti: innanzitutto una drastica riduzione dei costi a cominciare da quelli di un consiglio di amministrazione inutile, infarcito di giornalisti (sic!), e ahinoi, full time. Chiudere alcuni enti inutili, a cominciare da Rai International, licenziare i dirigenti ‘disoccupati’, ridurre di qualche migliaia di unità  il personale, esternalizzare l’esternalizzabile. In sintesi meno, molte meno, persone, meglio, molto meglio, pagate. È quello che hanno fatto tutte le aziende di successo in qualunque settore lavorino.
Certo non devono subire la tutela della politica: che è la loro fortuna.

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