Il Parlamento e le leggi sulla comunicazione

Riforma del sistema radiotelevisivo – Ddl n. 1825 – Sospettare è sempre lecito, ma anche chi nel centrosinistra è rimasto contrariato dallo slittamento a gennaio della discussione sulla legge che riforma il sistema radiotelevisivo, considera comunque “un atto dovuto” lo spostamento – inserito in Finanziaria – del passaggio al digitale dal 2008 al 2012. Piuttosto – è il ragionamento – era stato velleitario, se non politicamente forzato, stabilire da parte del centrodestra con la legge Gasparri l’entrata in vigore del digitale terrestre nel 2008. Termine che già  il testo di riforma del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, propone di spostare al 2012, con l’anticipo (entro 12 mesi dall’approvazione della legge) per sole due reti: una Rai e una Mediaset. Dunque si tratterebbe di un fatto tecnico, sollecitato anche dall’Autorità  di garanzia per le comunicazioni e dalla Commissione europea, che chiedono date certe, e che è stato accompagnato da incentivi fiscali (circa 200 euro) per l’acquisto di televisori con sintonizzatore digitale integrato.
Questo rinvio ha però fatto gridare qualche giornale (in primo luogo Libero) a un nuovo ‘inciucio’, con una sorta di scambio tra Prodi e Berlusconi sulla legge elettorale. Le smentite immediate dell’uno e dell’altro non si sono fatte attendere, ma il clima di sospetto è rimasto. E si aggiunge alle polemiche, comunque piuttosto sottotono, di quanti all’interno della maggioranza (a cominciare da Gentiloni) premono affinché la riforma – che ha esaurito l’iter d’esame da parte delle commissioni congiunte Cultura e Trasporti – arrivi al voto dell’aula di Montecitorio al più presto. “Altrimenti rischiamo uno tsunami elettorale”, ha ribadito Paolo Gentiloni. Non solo: l’Italia rischia anche sanzioni da parte di Bruxelles. Il commissario alla Concorrenza, infatti, il 28 settembre non ha concesso la proroga chiesta da Roma per consentire al Parlamento di modificare quelle norme della legge Gasparri che, secondo la Ue, nel passaggio dall’analogico al digitale limitano la concorrenza nel settore.
La minaccia di sanzioni nelle settimane scorse aveva contribuito a imprimere un’accelerazione all’esame del disegno di legge. Ma dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio, che ha stilato il calendario dei lavori dell’aula per i prossimi tre mesi, è arrivata la doccia fredda: il ddl Gentiloni è scomparso dall’agenda dei lavori. Una dimenticanza del ministro dei Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti? Una svista dei capigruppo del centrosinistra? Oppure una chiara decisione politica? Lo slittamento è comunque passato inosservato ai più: soltanto i diretti interessati, come i relatori del ddl (Pietro Folena, di Rifondazione comunista, ha anche minacciato di dimettersi), hanno sollevato il problema, ma senza suscitare grandi clamori. Silenzio anche da parte di chi, nella maggioranza, aveva lavorato per osteggiare il ddl, come l’Udeur. “Lo avevamo detto che quel provvedimento, per come è stato concepito, non avrebbe visto la luce”, ha commentato il capogruppo, Mauro Fabris, che da mesi va definendo il testo troppo ‘contro’ Berlusconi: “Basta leggere l’emendamento presentato dal relatore Folena, che attribuisce le frequenze analogiche liberate dal passaggio al digitale di una rete Rai e di una rete Mediaset ai vincitori della gara effettuata nel ’99, per capire che si vuole togliere qualcosa agli avversari per darla agli amici”. A nulla vale spiegare che è Bruxelles a chiedere modifiche alla legge Gasparri. E che per quanto riguarda Europa 7, l’avvocato generale presso la corte di giustizia europea ha recentemente espresso una ‘conclusione’ favorevole all’emittente che, pur avendo vinto la gara nel ’99, non ha mai ottenuto le frequenze assegnate perché occupate da Mediaset, nello specifico da Retequattro.
Ma tant’è: la riforma per ora è sparita dall’ordine del giorno dei lavori della Camera. Gentiloni protesta e dice che il governo, inteso però come se medesimo e il presidente Prodi, è favorevole a un immediato esame della normativa, auspicato anche dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Nella maggioranza nessun’altro leader ha fatto sentire la propria voce e la legge è scivolata fuori dall’agenda del centrosinistra. “Su questo tema la coalizione è morta, ma non vuole dirlo”, afferma caustico il diessino Giuseppe Giulietti.


(le cronache parlamentari sono state chiuse il 10 ottobre)

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