Il Parlamento e le leggi sulla comunicazione

Riforma del conflitto d’interessi – Atto Camera n. 1318 – La spaccatura all’interno della maggioranza si è concretizzata il 18 maggio quando l’Udeur di Clemente Mastella ha votato assieme all’opposizione di centrodestra le pregiudiziali di costituzionalità , ribadendo così il proprio no alla riforma del conflitto d’interessi di cui il diessino Luciano Violante, presidente della commissione Affari costituzionali, è relatore. Ma dopo la sospensione dei lavori per una sorta di pausa di riflessione di tre settimane, alla vigilia della ripresa dell’esame nell’aula di Montecitorio, fissata per il 12 giugno, è stata l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro a sollevare nuove critiche al testo, che prevede incompatibilità  e blind trust per quei membri di governo che dovessero trovarsi in situazione di conflitto d’interessi. E se l’Udeur ritiene la legge troppo punitiva nei confronti del leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi, l’Italia dei valori chiede invece un ulteriore giro di vite.
In particolare Di Pietro ha condizionato il sì del suo partito all’accoglimento di quattro emendamenti che prevedono, tra l’altro, l’incompatibilità  assoluta tra chi svolge attività  di governo e attività  imprenditoriale, la non candidabilità  dei condannati con sentenza passata in giudicato, l’applicazione della legge che prevede la decadenza dalla titolarietà  di licenze pubbliche per chi entra nell’agone politico. Emendamenti che – nel corso del dibattito alla commissione Affari costituzionali – erano stato accantonati dal presidente Violante, che ha sempre ribadito l’efficacia della normativa da lui proposta sulla base del testo presentato a inizio legislatura dall’Unione. “È una legge equilibrata che rispetta tutti i diritti dei cittadini”, ha più volte detto Violante in risposta alle perplessità  di Mastella; mentre alle obiezioni di Di Pietro ha replicato sottolineando l’efficacia dello strumento del blind trust “per separare il proprietario dai suoi beni”.
Udeur e Italia dei valori, insieme a Verdi e Pdci, non sono però gli unici partiti ad avere delle perplessità  sul complesso di norme varate il 12 giugno, tra numerose assenze, in commissione Affari costituzionali: bastava infatti ascoltare quanto nel Transatlantico di Montecitorio andavano dicendo alcuni esponenti diessini della commissione Giustizia per capire che anche dalle parti della Quercia si ritiene la riforma mal riuscita. In molti sottolineavano, infatti, la farraginosità  delle norme e, soprattutto, la loro sostanziale inapplicabilità . “Con tutti i ricorsi previsti, chi si trova in conflitto d’interessi potrebbe essere dichiarato decaduto dopo aver esaurito il suo mandato governativo”, era l’osservazione che veniva fatta.
La strada è dunque tutta in salita: in aula sono stati 450 gli emendamenti presentati; e i circa 300 depositati da parte dell’opposizione toccano sostanzialmente l’istituto del blind trust e il sistema delle incompatibilità . Forza Italia, oltre a innalzare da 15 a 30 milioni di euro l’entità  del patrimonio per cui scatta il regime di conflitto d’interessi, propone in alternativa al blind trust il cosiddetto ‘mandato irrevocabile’ che il titolare dell’azienda affida a una persona di sua fiducia: “Così si garantirebbero sia la libertà  di gestione del mandatario sia la titolarietà  dell’azienda da parte del proprietario”, spiega Gabriele Boscetto. Che a nome di Forza Italia ha anche proposto di sostituire l’Authority prevista dal testo Violante con una commissione bicamerale.

(le cronache parlamentari sono state chiuse il 7 giugno)

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