Opinioni – Massimo Teodori. La chiusura di Caracas Radio Televisià³n

L’articolo riprodotto su Primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 374, Giugno 2007, di ‘Prima Comunicazione’


Se ve ne fosse stato bisogno, la chiusura di Caracas Radio Televisià³n (Rctv) conferma la notazione, banale ma sempre attuale,
che vi è un rapporto, non solo stretto ma necessario, tra democrazia
e informazione. Il presidente venezuelano Hugo Chavez – che pure è stato rieletto nel dicembre 2006 con ampio margine – ha dovuto mettere a tacere la radiotelevisione più seguita del Paese per procedere allo svuotamento della democrazia e dirigersi verso un regime autoritario denominato eufemisticamente ‘Socialismo del 21° secolo’.
È iscritto nei fatti che la Rctv rappresentasse un pilastro del pluralismo democratico nel Paese latinoamericano in cui i colpi di Stato sono all’ordine del giorno. Se decine di migliaia di dimostranti sono scesi in piazza a farsi picchiare dalla polizia, non l’hanno certo fatto soltanto per difendere il proprio gusto per le telenovele – comunque da rispettare – ma probabilmente anche per conservare la possibilità  di essere informati in maniera diversa dalle direttive del regime chaveziano.
Infatti la maggior parte delle radio e televisioni venezuelane sono controllate dal governo o da privati ligi all’autorità  del momento. E la popolarissima Rctv era rimasta uno dei pochi bilanciamenti informativi di cui c’è assoluta necessità  in ogni Paese che voglia conservare un minimo di dialettica democratica senza affogare nell’omologazione conformistica. Se un governo, quale esso sia, non ha almeno un’opposizione nei media, allora il regime è garantito.
A proposito del mandato elettorale ricevuto da Chavez, The Economist ha commentato: “La democrazia è molto più che le giuste elezioni, come la stessa sinistra spesso argomenta. Riguarda anche la libertà  politica, la ‘Rule of Law’ (tutti i cittadini uguali di fronte alla legge) e il controllo sul potere esecutivo. Molto poco di tutto questo esiste ancora in Venezuela…” (‘Freedom of the press in Venezuela’, The Economist, june 2nd 2007).
Come pretesto di chiusura, la tivù è stata accusata di avere infranto i termini della licenza per avere appoggiato un golpe contro Chavez messo in atto e fallito nel 2002. Diversi giuristi hanno osservato che se così fosse stato, la stessa legge venezuelana avrebbe prescritto che il caso fosse risolto dalle corti di giustizia e non da un decreto del presidente. Ma, si sa, nei regimi semiautoritari non si va molto per il sottile nel distinguere il sistema giudiziario dal potere esecutivo.
Gli italiani si sono disinteressati della vicenda venezuelana. Forse perché il rapporto tra politica e informazione – in particolare l’equilibrio tra potere pubblico e libera televisione – è una corda sensibile da non stuzzicare perché implicherebbe riflessioni generali che porterebbero a superare le logore diatribe tra i favorevoli e i contrari rispettivamente a Berlusconi e alla Rai, le due squadre strabiche che reagiscono a comando a seconda della casacca partigiana che indossano.
Solo Il Giornale si è speso per denunciare il sopruso messo in atto contro la Rctv. Alla domanda: “Lei però ha detto che Chavez è un politico di talento?”, Marcel Granier, patron della televisione, ha risposto: “E ne sono tuttora convinto. Se il mondo lo vede ancora come un leader democratico e non come un uomo ossessionato dalla volontà  megalomane di instaurare una dittatura vuol dire che è stato bravissimo a farsi passare per quello che non è… Di fatto siamo in una dittatura. A meno che non faccia dietrofront” (Il Giornale, 3 giugno 2007).

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