Servizio di copertina – La magnifica ossessione

L’articolo riprodotto su Primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 373, Maggio 2007, di ‘Prima Comunicazione’


Nel 2006 Condé Nast Italia è diventata la prima per risultato economico fra tutte le filiali internazionali del grande gruppo americano che ha la sua bandiera nella rivista di moda Vogue. Un traguardo raggiunto soprattutto grazie al settimanale Vanity Fair, come spiega il presidente e amministratore delegato Giampaolo Grandi che parla anche della difficoltà  di trovare bravi direttori e dell’idea di fondare una West Point milanese per allevarli.
“Per la Condé Nast la qualità  è un’ossessione. Sembra banale, ma è il fondamento di tutto. Perché in una casa editrice il risparmio non è la ricetta per il successo”, dice Grandi. “Vanity Fair, il nostro primo settimanale, nato nel settembre 2003, lo dimostra”.
“Oggi c’è chi crede che, in un mondo editoriale così complesso, sia possibile affermare un giornale in modo duraturo senza un grande direttore. Ma io non sono affatto d’accordo”, continua Grandi. “Uno dei problemi che abbiamo in Italia è proprio la mancanza di una nuova leva di direttori. Però sono convinto che esista un certo numero di giornalisti attorno ai 35 anni che per formazione culturale, per attitudine personale e per la qualità  delle esperienze fatte possano essere ‘allevati’ come direttori. Ne sono talmente convinto che metteremo un annuncio del tipo ricerca di personale per scovarli e selezionarli. Poi a formarli come direttori di periodici ci pensiamo noi, che in questo siamo bravi”.
“Noi stiamo investendo molto anche su Internet, più di 10 milioni negli ultimi sette anni, con l’obiettivo di aere un sito per il pubblico femminile medio-alto e uno per il pubblico maschile medio-alto che diventino i siti di riferimento in Italia: quelli che chiunque voglia raggiungere un numero elevato di consumatori è costretto a pianificare”, dice ancora Grandi. “Però continuiamo a credere nella carta stampata. Anzi sono convinto che l’aumento di alternative e di opzioni avvantaggia la stampa di qualità , perché accentua il suo ruolo di media che sa scegliere e dare autorevolezza alle sue scelte”.
“La battaglia per i grandi numeri e per i grandi budget pubblicitari la stampa l’ha già  persa negli anni Sessanta. E gli editori stanno rischiando d’impiccarsi da soli a obiettivi diffusionali non più sostenibili”, sostiene l’amministratore delegato di Condé Nast italia. “Gli utenti pubblicitari pagano più o meno il 70% del conto dei giornali, perciò è inevitabile che si chiedano quanto e a cosa davvero serva il loro investimento. Oggi sono spietati come non mai nel tagliare pagine. E sono disposti a pagare, anche molto più di prima, solo i giornali che servono al loro scopo: quelli che dimostrano di avere efficacia sul piano del sell in-sell out e di essere capaci di stabilire un rapporto di forte empatia con il lettore-consumatore”.

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