Opinioni – Smile. Tre possibili soluzioni per la riforma della Rai

L’articolo riprodotto su Primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 367, Novembre 2006, di ‘Prima Comunicazione’


Dopo il ddl Gentiloni il mondo della comunicazione aspetta con ansia la fase due della riforma del sistema televisivo italiano, quella riguardante la Rai. L’idea di separare le due cose è stata un’idea
politicamente intelligente lasciando al primo ddl la responsabilità  ‘economica’ della riforma e affidando, immaginiamo, alla seconda parte il ruolo più ideologico, più culturale. Come tutte le cose politicamente ‘intelligenti’ anche questa non manca di ipocrisia, visto che è molto probabile che le conseguenze economiche della riforma della Rai siano o possano essere anche più importanti di quelle individuate nel primo ddl. Il tema del dibattito è sempre lo stesso: la proprietà  pubblica della Rai presume che quest’ultima svolga un ‘servizio pubblico’, ma poiché il pagamento del canone (giustificabile solo se la Rai svolge un servizio pubblico) non basta a coprire le spese, è necessario ricorrere alla pubblicità , ma se si vuole competere sul mercato pubblicitario dobbiamo inseguire la audience e quindi ci comportiamo come una tivù commerciale privata e quindi non facciamo più servizio pubblico. È evidente che se non si cambia qualcuno dei dati di partenza il problema è insolubile e il risultato sarà  il solito compromesso ipocrita. Col rischio di apparire il solito ingenuo proverò a elencare le soluzioni possibili.
Soluzione numero uno: puro servizio pubblico, solo canone, zero pubblicità , audience sì, ma non solo audience. Quando si descrive questo modello tutti pensano alla Pbs americana di grande prestigio ma di scarsa audience, io preferisco pensare alla Bbc, televisione che per anni ha goduto di grande prestigio e di notevole audience. Applicabile in Italia? Certamente sì, ma un sistema così non può finanziare che una sola rete e quindi coerentemente si dovrebbero vendere le altre due. Soluzione numero due: Rai ha qualche minimo obbligo di servizio pubblico (sport minori, un po’ di teatro, ecc.), ma compete sul mercato dell’audience e della pubblicità : sostanzialmente la situazione attuale, solo che il primo ddl Gentiloni, se lo abbiamo capito bene, ora le consentirebbe un affollamento pubblicitario uguale a quello Mediaset. Tutto sommato mi pare troppo: pochi obblighi di servizio, canone e pubblicità  come i concorrenti!
Soluzione numero tre: una combinazione della uno e della due. La Rai rimane pubblica, una rete viene sostenuta solo dal canone e svolge servizio pubblico, le altre due competono ad armi pari sul mercato pubblicitario. Sembra essere quella che gode dei favori della politica, anche se non capisco per quale ragione le due reti ‘commerciali’ debbano rimanere di proprietà  pubblica sottraendole all’obbligo di essere profittevoli visto che a questo tipo di reti tutto interessa salvo il risultato economico.


 A proposito di Rai ho letto l’intervista a Giancarlo Leone e confesso che ci ho capito poco. Un po’ perché quando il direttore di Prima (ne sono stato vittima) si mette di buzzo buono a distrarre l’intervistato solo pochi riescono a rimanere concentrati sul filo dei propri pensieri e un po’ perché non è facile nemmeno per un uomo intelligente, competente ed esperto come Leone conciliare l’ipocrisia del servizio pubblico e la necessità  di fare audience: e allora ci si mette a inseguire chimere come la qualità  verso la quantità  (e chi la misura, ma soprattutto chi la compra?) o a scoprire l’acqua calda della separazione tra programmatori e creativi. Con un’idea pericolosa che si legge in filigrana: quella di portare in casa la creatività . Tutto il mondo va nella direzione opposta, quella del talento (nell’entertainment come nella finanza) padrone di se stesso, proprietario della propria azienda e, come si dice nel gergo, del proprio pezzo della catena del valore e qui si dice: i talenti li abbiamo in casa. Sicuro! Sono tutti lì nella provincialissima Roma e con i lauti stipendi Rai.

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