Opinione – Smile. Risponde a una lettera di Giancarlo Leone (rai Cinema)

L’articolo riprodotto su Primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 361, Aprile 2006, di ‘Prima Comunicazione’


Giancarlo Leone, inviandomi una cortese lettera di commento alla rubrica del mese scorso, mi dà  lo spunto per ritornare sul tema della riforma del sistema dei media italiani. Riprenderò più avanti alcune
delle obiezioni sollevate da Leone, ma innanzitutto mi sembra opportuno concordare su alcuni dati di fatto incontrovertibili. Il primo dato di fatto riguarda il sistema televisivo che, per motivi che è inutile rivangare, si è stabilizzato da anni in un duopolio collusivo con tre reti Rai e tre reti Mediaset. Si badi bene che il duopolio è stato collusivo anche ai tempi dei governi Prodi, D’Alema e Amato. La collusione non è frutto della politica: è frutto della necessità  economica. Serve a Mediaset per aumentare-difendere il proprio valore e al management Rai per difendere il proprio posto di lavoro. Il secondo dato di fatto riguarda la proprietà  dei quotidiani che non sono sempre controllati da editori ‘puri’, ma da azionisti con altri interessi preponderanti. Il terzo dato di fatto è che si affacciano sul mercato nuovi media e nuovi sistemi di distribuzione del segnale (Internet, digitale terrestre, satellite, cavo), ma il grosso di fatturati e utili (e quindi di investimenti e quindi di audience) si concentra intorno a canone, ricavi da edicola e soprattutto pubblicità . Scommettere sull’innovazione per aumentare il tasso di concorrenza è illusione premeditata.
Accanto ai dati di fatto vanno smontati alcuni luoghi comuni. Primo luogo comune: la televisione italiana fa schifo. Non è vero, basta andare in giro per il mondo per vedere che l’offerta televisiva italiana è tra le migliori e questa è evidentemente anche l’opinione dei telespettatori-cittadini italiani visti i livelli di ascolto che si registrano in Italia. Cosa che non si può certo dire dei quotidiani italiani che vendono lo stesso numero di copie da vent’anni. Secondo luogo comune: Berlusconi e De Benedetti non sono degli editori, sono degli imprenditori prestati all’editoria. Non è così: sia in Fininvest sia in Cir gli interessi nel mondo dei media sono prevalenti, quindi i due eterni rivali sono più ‘puri’ di Fiat, Tronchetti, Della Valle, Benetton, Caltagirone e via dicendo. Terzo luogo comune: la televisione sottrae pubblicità  alla carta stampata. Non è vero: un’analisi attenta dello sviluppo dei mercati pubblicitari degli ultimi anni prova che i due media sono in competizione solo su alcuni settori merceologici marginali. Il confronto con altri Paesi prova solo che in altri Paesi si è artificialmente limitato il contributo che la televisione può dare attraverso la pubblicità  allo sviluppo dell’economia.
Detto questo, quali sono gli interventi che un nuovo governo (di destra o di sinistra) dovrebbe adottare? Mi pare che ci siano due aree da regolare: una che attiene la politica e la democrazia e una che riguarda l’economia e il mercato. La prima riguarda il conflitto di interessi, la seconda la concorrenza.
Cominciamo dal conflitto di interessi. C’è conflitto quando si usano i media per avere successo in politica (Berlusconi), ma c’è anche quando si possono usare i media per influenzare la politica a proprio vantaggio (proprietà  di molti quotidiani). Se si vuole essere seri ed equi non c’è che una soluzione: stabilire delle regole che impediscano a chi possiede dei media di fare politica o di avere altri interessi prevalenti rispetto all’attività  editoriale. Vuol dire come dice Giuliano Ferrara togliere Berlusconi alla politica? No, vuol dire solo obbligarlo a scegliere tra Mediaset e la politica, a questo punto della sua vita non mi sembra neanche una scelta tanto dolorosa né in un senso né nell’altro. Vuol dire mettere sul mercato La Stampa, il Corriere della Sera e via dicendo? Sì, e non ci sarebbe niente di male. Non è un caso che un banchiere serio e attento ai conflitti di interesse come Profumo di Unicredit sia uscito dal Corriere della Sera, mentre Della Valle deve giustificare il patto di sindacato che controlla la Rcs dicendo “che ha garantito l’indipendenza del management e del Corriere”. E a noi cittadini chi garantisce che sia vero? Paolo Mieli che in una trasmissione di Ferrara e Lerner conferma di essere non solo il direttore del quotidiano di via Solferino ma anche il collante ideologico e politico degli azionisti riuniti nel patto di sindacato? Non sono queste le rassicurazioni di cui abbiamo bisogno. Una democrazia seria attraverso regole serie crea le condizioni perché il cittadino abbia fiducia e non lo obbliga a scegliere di chi si deve fidare.
Veniamo alla concorrenza. In questo caso la tentazione maggiore e l’errore più grande sarebbe di partire da zero. Di intervenire come se nulla fosse accaduto negli ultimi vent’anni. Di far pagare a Berlusconi-Mediaset anni di lobby al limite del lecito. Qualche anno fa ricordo di aver letto (purtroppo non ho ritrovato la fonte esatta) una dichiarazione di Romano Prodi che dice più o meno così: “Un Paese civile non avrebbe consentito a un solo soggetto di avere tre reti televisive, un Paese civile non gliele toglie dopo averglielo concesso”. Mi pare che questo sia il punto di partenza.
Cosa serve al sistema per avere più concorrenza? Innanzitutto una definizione di mercato all’interno della quale definire le quote dei diversi attori, dimenticandosi della barzelletta Sic (Sistema integrato della comunicazione), copiato nella Gasparri da un vecchio documento Publitalia scritto da Carlo Momigliano, il più abile stratega di cui ha mai disposto la concessionaria di Mediaset (non mi smentire Carlo, non serve!). E qui non ci sono dubbi: il vero mercato di riferimento è quello della pubblicità  con qualche correzione rispetto al canone televisivo e se vogliamo ai ricavi da edicola. Poi serve l’introduzione di nuovi attori. E qui va da sé che se non possiamo-vogliamo espropriare Mediaset di una rete e se vogliamo aumentare il tasso di concorrenza dobbiamo lavorare sulla Rai. Oggi la Rai è fatta da quattro reti, tre note a tutti e una occulta, la rete regionale di Raitre, oggi fatta dai soli Tgr ma che ha capacità  produttive ben superiori. Si potrebbe cominciare a privatizzare Raiuno nel quadro di una legge che consenta di possedere tre reti riducendo in maniera progressiva l’affollamento pubblicitario consentito per ogni rete in più posseduta. Fatto un rapido calcolo, per rendere competitiva una rete con l’ascolto di Raiuno basterebbe che fatto 100 l’affollamento di chi possiede una sola rete, chi ne possiede due abbia un affollamento massimo consentito (sulle due) di 80/85 e di 70/75 se ne possiede tre. I calcoli vanno fatti meglio, ma una regola del genere lascerebbe a Mediaset la decisione se conservare tre reti con un affollamento più basso o venderne una (o due) per alzare l’affollamento. Dopo Raiuno, Rai potrebbe privatizzare Raidue o Raitre regionale (consentendole la raccolta di pubblicità  locale) e finanziare col solo canone (vero servizio pubblico) la rete o le reti rimanenti. Non è difficile da fare, costerebbe meno ai cittadini, aumenterebbe la concorrenza nel sistema e migliorerebbe l’equilibrio politico dell’offerta televisiva. A questo ‘spezzatino’ Giancarlo Leone è contrario. Lo conferma nella sua lettera ed è quindi d’accordo con quanto avevo immaginato nel mio precedente articolo. Poi Leone crede ad altri scenari che vedono la Rai evolversi, rinforzarsi, svilupparsi sulle nuove piattaforme. Può anche avere ragione e può anche rappresentare un cambiamento significativo della Rai che un talento come Leone potrebbe guidare. Ma io non credo sia quello di cui ha bisogno il mercato, ma soprattutto non è quello di cui ha bisogno il Paese.


‘Sono anch’io per il cambiamento, ma per costruire’
Roma, 31 marzo 2006. Caro Smile, ho letto recentemente nella sua rubrica su Prima che lei accredita ancora quella leggenda metropolitana sull’esistenza di un partito Rai e di un suo conseguente forte ancoramento alla tradizione, ovvero al mantenimento dello status quo. Il partito Rai, secondo Smile, non solo è vivo e vegeto dentro l’azienda ma continua incessantemente a remare contro qualsiasi possibile cambiamento.
Per rendere verosimile questo ragionamento, citando una recente conversazione con un ex direttore generale della Rai (immagino lo stesso che ha teorizzato una complessa formula di quotazione in Borsa della Rai), Smile scrive che “purtroppo anche i migliori, anzi soprattutto i migliori sono per lo status quo. Per esempio Giovanni Minoli e Giancarlo Leone, due veri talenti televisivi nelle rispettive aree di competenza. Due che saranno sempre contrari allo spezzatino Rai. Due che in questo modo finiranno per sfavorire l’unico vero cambiamento possibile”.
Ringraziandolo sentitamente per le gentili espressioni usate nei miei confronti e ricambiando sinceramente la stima (ho conosciuto Smile molti anni fa e ne conservo un ottimo ricordo), desidero però contraddirlo e cercare di convincerlo di non fidarsi necessariamente delle interposte persone ma, semmai, di confrontare alla fonte determinati convincimenti.
Se per cambiamento possibile della Rai Smile si riferisce allo spezzatino, ovviamente non posso concordare. Ma non perché non vi siano alternative o scenari industrialmente più convincenti, ma perché il futuro della Rai deve essere disegnato su basi un pochino più solide di un generico richiamo allo ‘spezzatino’ o alla necessità  di ‘indebolire’ la Rai.
Il cambiamento ci vuole eccome e dovrebbe, a mio avviso, riguardare l’intero sistema televisivo, pubblico e privato, ma con l’obiettivo di rispondere alla profonda trasformazione del mercato e delle tecnologie di diffusione, modificando gli attuali equilibri e anche la legge esistente. Se Smile avesse avuto l’interesse a leggere gli estratti di alcuni miei interventi pubblici o se avesse voluto verificare direttamente con me fino a che punto sono o non sono a favore di un possibile cambiamento sarebbe rimasto probabilmente sorpreso.
Avrebbe per esempio appreso che è apertissima la discussione sul numero di reti generaliste, soprattutto in considerazione delle potenzialità  del satellite, del digitale e dei nuovissimi standard produttivi e distributivi. Non ho mai nascosto la mia simpatia per un sistema televisivo nazionale aperto a un numero maggiore di soggetti televisivi, con una inevitabile ripercussione o sul versante dei canali televisivi o su quello delle risorse, così come ho sempre considerato la diversificazione multimediale uno dei principali obiettivi strategici della Rai.
Dunque sono anch’io per il cambiamento, ovviamente nel rispetto dei ruoli aziendali (le mie opinioni non vogliono in alcun modo rappresentare una posizione aziendale) e delle decisioni legislative, ma con l’intento di costruire qualcosa di nuovo anziché soprattutto indebolire quello che esiste. Parli, se crede, un po’ di più con quelli che la televisione la pensano e la fanno. Le assicuro che resterà  sorpreso. Piacevolmente. E, forse, sorriderà , come si conviene a Smile.
Giancarlo Leone

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