Televisione – Rognoni: No alla privatizzazione della Rai

L’articolo riprodotto su Primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 361, Aprile 2006, di ‘Prima Comunicazione’


Stavo pensando una cosa…
Privatizzare la Rai? Vendere una o due reti del servizio pubblico? Ogni tanto c’è ancora chi lo propone. Eppure oggi è davvero un’idea sorpassata. Vediamo di spiegare perché. Intanto cerchiamo di capire
quali sono le ragioni dei privatizzatori. Non dimenticando che ce ne sono almeno di tre tipi.
Primo, ci sono i fondamentalisti del mercato: privato è bello sempre e comunque. E dunque vendere, vendere, vendere. Naturalmente anche la Rai.
Secondo, ci sono i disillusi del servizio pubblico: troppa lottizzazione, troppa partitocrazia, e per di più di partiti con l’affanno e dal nome sempre più incerto. Il risultato, secondo loro, è drammatico: una informazione pilotata, non più credibile, telegiornali addomesticati che servono magari a soddisfare il narcisismo di alcuni segretari di partito ma che non aiutano certo i cittadini a capire la società  che cambia, a districarsi nel mondo della politica. E poi troppi programmi di qualità  bassa, all’inseguimento di un primato negli ascolti che ha solo la motivazione commerciale alle spalle, quella di conquistarsi una fetta di pubblicità  più alta. Tanto vale vendere!
Terzo, ci sono i liberal-riformisti: se si vuole avere più concorrenza, un sistema radiotelevisivo davvero pluralista, va rotto il giocattolo che tiene ingessato tutto il sistema, va insomma spezzato il duopolio Rai-Mediaset. E quale miglior modo se non quello di intervenire innanzitutto sul servizio pubblico e mettere in vendita una o due reti, così da creare le condizioni perché un nuovo soggetto imprenditoriale si affacci al mercato?
Nel primo caso c’è poco da controbattere: di fronte a un muro di posizioni ideologiche, anche i migliori argomenti rischiano di andare a sbattere. Nel secondo caso è un po’ come se si volesse buttare via il bambino con l’acqua sporca: non funziona la governance, non danno affidamento i meccanismi di governo e direzione aziendale? Vanno aperte le finestre nelle redazioni di Saxa Rubra e va fatta circolare un po’ d’aria fresca – aria di libertà  – nelle redazioni? Sicuramente sì. Non c’è bisogno, però, di liberarsi del servizio pubblico tout court. Basterebbe una legge che staccasse la spina che lega la Rai alle segreterie di partito e basterebbero dei direttori un po’ più coraggiosi, autonomi e responsabili verso chi paga il canone e non verso i leader di partito. Perché non sono i partiti gli editori di riferimento, bensì la totalità  di chi paga il canone. Non dovrebbe essere così difficile imporlo alla cultura politica e a quella aziendale.
Più sofisticata e più credibile la posizione dei liberal-riformisti. Io stesso fino a qualche anno fa, di fronte alla complicità  dei governi di centrodestra, schiavi e vittime dell”anomalia Berlusconi’, nella conservazione del duopolio, se non del suo rafforzamento, e di fronte all’impotenza dei governi di centrosinistra a fare riforme coraggiose, mi ero andato convincendo che forse per dare un po’ di pluralismo al sistema radiotelevisivo italiano ci fosse bisogno di ‘uno shock terapeutico’ e non ci restasse altro da fare che imporre al servizio pubblico di dimagrire e così spingere qualche imprenditore illuminato a comprarsi magari Raiuno e a cimentarsi nella concorrenza con il monopolista rimasto, anche grazie all’aiuto di norme antitrust più stringenti per il mercato pubblicitario.
Non la penso più così. E a farmi cambiare idea è la consapevolezza che con la rivoluzione digitale sta completamente cambiando lo scenario dentro il quale si muove la televisione, stanno cambiando gli argomenti, i paletti, i rapporti di forza, i punti di riferimento che erano tipici dell’epoca dell’analogico.
Intanto, la televisione analogica in chiaro e gratuita non è più sola. Sta crescendo a ritmi accelerati la televisione a pagamento: prima di tutto il satellite, che può già  contare su più di 3,5 milioni di abbonati e che nei giorni del calcio va anche oltre il 15% degli ascolti; è partita la pay per view in digitale terrestre, grazie a Mediaset e a Telecom; e poi sta per partire la Iptv, la televisione via protocollo Internet. A Fastweb, che è stata l’antesignana, segue la stessa Telecom e presto sicuramente altri telefonici si affacceranno alla tivù a pagamento via Internet.
Parlare oggi di vendere una o due reti dimostra che non si è capito quello che sta succedendo, soprattutto se si pensa di poter creare per questa strada più pluralismo, più mercato. La novità , infatti, è che con la convergenza fra computer, televisione e telefono, non ha più senso parlare di reti, di canali, di programmi, come se ne parlava nell’epoca dell’analogico. Bisogna ripartire da un concetto nuovo, dalla ‘capacità  trasmissiva’, e cioè dalla quantità  di bit al secondo che possono essere distribuiti via etere. È allora la percentuale di questa capacità  trasmissiva che va regolamentata – e non il numero delle reti – in modo da garantire che ce ne sia a disposizione per più soggetti imprenditoriali e non solo per i soliti noti.
Il concetto di capacità  trasmissiva rivoluziona il modo di pensare e guardare alla tivù del domani.
Proviamo a dare qualche numero. È stato calcolato che l’intero sistema radiotelevisivo via etere terrestre ha all’incirca una capacità  complessiva di trasportare 350 megabit al secondo. Tenendo conto che per legge un terzo va alle tivù locali, restano circa 240 megabit/secondo per l’insieme delle reti nazionali. Ebbene oggi una rete analogica ha bisogno dai 21 ai 24 megabit al secondo, il che vuol dire approssimativamente – e i tecnici mi perdoneranno per la eccessiva semplificazione – che c’è spazio per 11 reti nazionali analogiche. E non a caso 11 sono le concessioni stabilite alcuni anni fa dall’Agcom, l’Autorità  competente.
Di quanta capacità  trasmissiva ha bisogno invece un canale digitale? Grazie alle tecnologie di compressione del segnale si può tranquillamente sostenere che in una vecchia rete analogica ci stanno dai 4 ai 6 canali, a seconda delle caratteristiche dei programmi (lo sport chiede più capacità  trasmissiva, un talk show molto meno). Insomma, in teoria si potrebbe dire che con il totale passaggio al digitale terrestre, chi fa televisione potrebbe contare non più su 11 reti nazionali ma sulla bellezza di 40-60 canali e più. Senza contare quel terzo di capacità  trasmissiva affidata alle televisioni locali.
Dunque, se con l’analogico valeva la norma antitrust per cui nessun soggetto imprenditoriale poteva avere più del 20% delle reti nazionali, con il digitale quella percentuale ha ancora senso? O è decisamente troppo alta? E per il servizio pubblico? Non è forse vero che Raiuno, Raidue e Raitre, grazie alle tecnologie digitali, volendo stanno su una sola rete ex analogica, cioè su un multiplex che di canali ne può trasportare almeno cinque? In questo nuovo contesto tecnologico la Uno, la Due e la Tre non sono più reti bensì dei marchi, dei brand. E ha senso vendere uno di questi marchi? O ha più senso pensare invece di come rendere più aperta al mercato una parte importante della capacità  trasmissiva totale di cui dispone il sistema?
Prima di proseguire nel nostro ragionamento, teso a dimostrare la debolezza, la contraddittorietà  o meglio l’obsolescenza dell’idea di vendere una rete Rai, bisogna chiarire ancora alcuni fatti di cui occorre avere consapevolezza, prima di avventurarsi nell’ipotizzare una riforma del sistema che vada nella direzione di una maggior concorrenza, di un reale maggior pluralismo.


Il mercato si regge su tre risorse: frequenze,
pubblicità  e contenuti premium
E i fatti da conoscere, oltre al concetto di fondo della capacità  trasmissiva sono i seguenti:
Primo. Nell’epoca dell’analogico, chi ha una rete diffonde un canale, un programma, un palinsesto e dunque è logico che controlli il sistema distributivo. È quello che si chiama un soggetto imprenditoriale ‘verticalmente integrato’. Dallo Stato ottiene in concessione le frequenze che gli servono solo ed esclusivamente per trasmettere – grazie agli impianti, alle torri, ai siti che occupa – la sua rete, che contiene un solo canale, un solo programma. E questo programma lo infarcisce di pubblicità  nei limiti che gli consente la legge.
Nell’epoca del digitale, là  dove c’è una rete ci sono più canali, almeno cinque. E la legge giustamente dice che almeno il 40% devono essere affidati ad altri imprenditori che producono televisione. Insomma io potrò anche tenermi tre canali ma due devo darli ad altri. Con l’arrivo della rivoluzione digitale il mio mestiere si complica e si duplica: per un verso faccio l’operatore di rete che deve garantire ad altri il massimo di trasparenza e di correttezza nell’accesso alla rete, per un altro verso continuo a fare il fornitore di contenuti. E se i contenuti di chi ospito nella mia rete fanno concorrenza ai miei contenuti? Come devo comportarmi? È da qui che nasce l’idea di distinguere chi gestisce la rete da chi fabbrica e distribuisce contenuti. Sono due mestieri diversi e sarebbe bene che lo fossero sempre di più in maniera tale da dar vita a società  nettamente separate.
Secondo. L’evoluzione del sistema radiotelevisivo in Italia ha prodotto negli anni alcune anomalie di cui, nell’epoca dell’analogico, non si è riusciti a liberarsi: intanto va detto che l’80% delle frequenze che contano a livello nazionale se le dividono Rai e Mediaset. Sul totale delle 20mila frequenze più o meno legittime, la metà  è occupata da due sole aziende. Le altre 10mila se le dividono tutte le altre tivù nazionali e le 700 tivù locali (un vero sproposito). Per capire la follia italiana forse basta un dato: la Germania occupa per tutte le sue tivù la metà  delle frequenze che occupa l’Italia.
Negli anni le frequenze sono state occupate senza alcun rispetto per l’ottimizzazione del sistema, senza la capacità  di nessuna autorità  di imporre un piano nazionale di assegnazione delle frequenze che ottimizzasse l’uso dello spettro radioelettrico. Di fronte al caos dell’etere, per difendersi dalle interferenze si sono occupate più frequenze, si sono costruiti più impianti di quanti non fosse necessario a rigor di logica. Il risultato è che oggi realisticamente si può parlare di uno spreco di capacità  trasmissiva.
Il passaggio al digitale dovrebbe essere l’occasione per mettere un po’ d’ordine. Ma chi può farlo, dal momento che nel frattempo si è accettato che per accelerare il passaggio dall’analogico al digitale le aziende procedessero semplicemente convertendo gli impianti esistenti da analogico in digitale, senza alcuna ottimizzazione? Non è forse quello che si sta facendo in Sardegna e in Valle d’Aosta? C’è modo di intervenire su chi oggi controlla la maggioranza delle frequenze perché si adegui all’idea che rientra nei suoi doveri aumentare la capacità  trasmissiva del sistema non solo in funzione del suo interesse immediato ma anche per il bene pubblico generale?
Terzo. Uno dei guasti del duopolio è di aver consentito a un solo soggetto – Mediaset – di arrivare a controllare il 65% della pubblicità  televisiva nazionale. Con la spiegazione che la Rai ha il canone, al servizio pubblico sono stati imposti vincoli forti sulla raccolta pubblicitaria. Il risultato è che la Rai oggi può vendere 72mila secondi di pubblicità  alla settimana, mentre Mediaset ne può vendere la bellezza di 360mila!
Un terzo soggetto come Telecom Media Italia, che pure ha due canali analogici, non va oltre la raccolta del 2-3% della pubblicità  nazionale. Senza vincoli antitrust ex ante – e la Gasparri con l’invenzione del Sic ha fatto strame della norma antitrust che prevedeva un tetto del 30% per ogni soggetto radiotelevisivo – è difficile pensare che anche nel nuovo mercato televisivo digitale, almeno nella fase di transizione dall’analogico al digitale, si crei una reale concorrenza.
Quarto. Operatori verticalmente integrati che controllano il meglio delle frequenze e hanno la stragrande maggioranza delle risorse pubblicitarie sono anche in condizione di pagare di più e meglio i diritti dei prodotti più appetibili, dal calcio al cinema. Quei diritti che fanno aumentare gli ascolti e dunque giustificano fatturati pubblicitari sempre più alti.
Si crea così un circolo vizioso che impedisce nei fatti ad altri soggetti imprenditoriali di poter anche solo pensare di avventurarsi nel mercato radiotelevisivo. Questa è la realtà  del mondo analogico che abbiamo conosciuto finora e finora inutilmente cercato di contrastare in nome del pluralismo e dunque della qualità  della nostra stessa democrazia.
Eh sì, perché per capire il mercato come lo abbiamo conosciuto finora è bene sapere che si regge su tre risorse: frequenze, pubblicità , diritti premium.


La capacità  trasmissiva dei broadcaster
fa gola alle società  telefoniche
Quinto e ultimo punto di cui è necessario aver consapevolezza prima di procedere nel ragionamento iniziale contro la privatizzazione di una rete Rai: con la rivoluzione digitale e con l’arrivo della convergenza, grazie ai bit, fra televisione, telefonia e computer, si è creata una situazione nuova per i broadcaster come Mediaset e Rai. Quella capacità  trasmissiva di cui abbiamo parlato, fa gola ormai anche alle società  che vendono telefonia. Ne hanno bisogno per arricchire la loro offerta sui telefonini. La vendita della sola voce non soddisfa più i loro bisogni di crescita. Anche considerando che sempre più la voce passerà  via Internet con nuove straordinarie tecnologie che riducono drasticamente il costo di una telefonata. Già  oggi parlare da computer a computer non costa più di un centesimo di euro.
Non è un caso che da un anno a questa parte le pagine economiche dei giornali siano state occupate da notizie del tipo: Telecom si è comprata una intera vecchia rete analogica nazionale per usarla per il digitale, la Home Shopping Europe; Mediaset si è comprata una rete nazionale che faceva capo all’amico del premier, Tarak Ben Ammar, arrivando così a controllare la bellezza di tre multiplex (essendo due multiplex formati da frequenze collezionate da tivù locali); la società  telefonica H3g ha comprato una rete da un privato che aveva messo insieme impianti e frequenze di diverse tivù locali; un’altra rete analogica, Rete A, è stata comprata per usarla in digitale dal gruppo Espresso-La Repubblica.
E il grande gioco non è finito. Mediaset ha anche annunciato accordi con la Tim-Telecom per mettere in piedi un multiplex da destinare alla tivù mobile; contatti sono in corso fra Rai e Telecom e Vodafone e Wind per la stessa ragione. E la Rai impegnandosi a ottimizzare la propria rete potrebbe dare il via a un suo terzo multiplex.
In questo scenario ha ancora senso parlare di vendere una rete Rai?
Già , ma allora che cosa dovrebbe fare un nuovo governo di centrosinistra che si riproponesse il sacrosanto obiettivo di creare un sistema più pluralista, più aperto alla concorrenza?
La difficoltà  per un nuovo governo sta non tanto nel prefigurare lo scenario di quando tutto il sistema sarà  digitalizzato, quanto nel decidere che fare durante gli anni della transizione, del passaggio dall’analogico al digitale. Si può consentire a chi oggi ha uno strapotere nell’analogico di proseguire sulla vecchia strada della posizione dominante sia nelle frequenze, sia nella pubblicità , sia negli ascolti, aspettando che il digitale terrestre crei nei fatti maggior pluralismo? E come si deve fare per evitare che il duopolio dall’analogico si trasferisca al digitale?
E che cosa si dirà  a quei dirigenti Mediaset, come lo stesso Confalonieri, che dicono di temere ‘vendette’ del centrosinistra e probabilmente per vendetta intendono il ritorno di regole antitrust, il rispetto di norme che facilitino la concorrenza e non il contrario come oggi?


L’operatore di rete deve essere un soggetto
diverso dai fornitori di contenuti
Partiamo dalla fine, da quando cioè ci sarà  stato lo switch off, il totale passaggio della tivù dall’analogico al digitale. A quel momento, il punto di riferimento per norme antitrust intelligenti dovrà  essere la percentuale di ‘capacità  trasmissiva’ su cui un’impresa potrà  contare. È realistico pensare che nessuno – visti i tanti soggetti anche telefonici interessati alla rete – disponga di più del 10%, e non del 20% come dice la legge Gasparri. Che vuol dire se la capacità  è 350 megabit al secondo? Che nessuno può avere più di 35 megabit/secondo, vale a dire in teoria otto canali digitali terrestri. Meno se sono ad alta definizione e comunque da definire se tutti in chiaro oppure come in Francia alcuni anche a pagamento.  
Prima di tutto vanno dunque create le condizioni perché chi fa l’operatore di rete sia un soggetto imprenditoriale diverso da chi fa il fornitore di contenuti. Solo così avrà  come interesse assolutamente prioritario quello di ottimizzare l’uso della risorsa frequenze, mettendo più capacità  trasmissiva possibile a disposizione di tutto il sistema. Per raggiungere questo obiettivo nel periodo di mezzo, nella fase di transizione, vanno scoraggiati gli imprenditori verticalmente integrati. Per la Rai potrebbe valere l’impegno a mettere sul mercato Rai Way facendone un operatore di rete autonomo, in grado di fare accordi con altre imprese, nazionali e no, con un solo dovere: per i prossimi dieci anni garantire alla Rai la capacità  trasmissiva di cui ha bisogno per offrire un buon servizio pubblico universale a costi politici. Nel caso la Rai volesse usare parte della capacità  trasmissiva anche per canali a pagamento, in questo caso e per quei canali dovrebbe pagare cifre di mercato.


Sulla pubblicità 
va messa in campo
una riduzione dei tetti per tappe temporali prefissate
Per quanto riguarda la risorsa pubblicitaria, per tutto il periodo della transizione dall’analogico al digitale, vanno comunque ripristinati tetti antitrust ex ante, che verranno tolti e diventeranno verifiche ex post sulle posizioni dominanti del mercato quando ci sarà  il solo digitale. Al fine di evitare di imporre subito tagli sconvolgenti, proprio per non penalizzare nessuno, neanche Mediaset, va comunque messa in campo una riduzione dei tetti consentiti per tappe temporali prefissate: per esempio ogni due anni. Per chi intende restare proprietario delle reti e dei contenuti, vanno prefigurati tetti e vincoli più stringenti. Per chi ha una sola rete analogica si può anche immaginare che non ci siano tetti ex ante; per chi ha due o più reti analogiche si dovranno rispettare tetti ex ante pari a un terzo del mercato pubblicitario nazionale. A meno che non abbia già  separato la proprietà  della rete affidandola a un operatore di rete terzo. In questo caso potrà  raccogliere anche il 10% in più rispetto al 30% consentito.
Come si può arguire da tutte queste ipotesi che un nuovo governo dovrà  comunque mettere in agenda, la discussione sul futuro del sistema radiotelevisivo non gira più intorno a vendere una rete Rai o due, ma gira intorno a temi nuovi, figli della rivoluzione tecnologica in atto e i cui contorni non sono ancora ben definiti. Per la Rai la sfida ruota intorno alla ridefinizione della sua missione di servizio pubblico, di fabbrica dei contenuti per tutte le piattaforme tecnologiche che vanno dal digitale terrestre alla tivù mobile, dal satellite alla Iptv.
Carlo Rognoni

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