Servizio di copertina – Arriva l’Ingegnere

L’articolo riprodotto su Primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 360, Marzo 2006, di ‘Prima Comunicazione’



Per l’editoria italiana è una mutazione epocale. Ma davanti a Repubblica e all’Espresso non c’è oggi la massa pesante e vischiosa della società  romana e papalina degli anni Settanta, ma un Paese affannato e incerto, una sinistra sconnessa. E un Berlusconi che non si può mettere da parte come un pacco postale senza indirizzo
In questi ultimi tempi non ci siamo visti molto. Una volta l’anno, ad andar bene. Ma ci bastava sapere che lui era là , in quella mansarda di via Po, a Roma. Lui, Carlo Caracciolo, è il presidente del Gruppo L’Espresso spa: L’Espresso, La Repubblica, una decina di quotidiani locali (poco citati ma molto importanti per il sistema pubblicitario del gruppo), una manciata di frugolini nati dai lombi procaci di Repubblica, nove centri stampa, una figona come D, il femminile di Repubblica che va spesso a battere all’estero, preferibilmente nel Medio Oriente; 65.071.648 virgola 20 milioni di euro l’attuale capitale sociale, azionisti la Cir di De Benedetti al 50,22%, Carlo Caracciolo 8,95%, Giulia Maria Mozzoni Crespi 2,31%, altri 38,22%.
A molti giornalisti – anche se con il gruppo di Caracciolo hanno avuto soltanto qualche fuggevole contatto – scalda il cuore sapere che il ‘principe’ è sempre là . Perché pochi hanno dimenticato uno dei più duri drammi per l’editoria italiana, che cominciò quel 9 aprile 1989 quando Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo vendettero il pacchetto azionario dell’Editoriale L’Espresso alla Mondadori di Carlo De Benedetti e subito si trovarono addosso come una tigre l’azionista Silvio Berlusconi, e ci vollero due anni, fino al 30 aprile del 1991, per chiudere la partita con l’uomo della Fininvest, grazie all’imbarazzante mediazione di Ciarrapico. Qualche giornalista vide con i propri occhi Carlo Caracciolo addormentato come un angioletto su un divano dell’albergo Palace di Milano, in maniche di camicia e gilet di cashmere acquamarina, esausto per le trattative tra Berlusconi e Caracciolo.

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