Rubriche – Valium. ‘Repubblica’, le ragioni di un successo

L’articolo riprodotto su Primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 359, Febbraio 2006, di ‘Prima Comunicazione’


Sono sufficienti trent’anni per misurare l’eccellenza di un giornale? Nel caso di Repubblica sicuramente sì. Ne sarebbero bastati venti, perfino dieci per capire che Scalfari e company avevano pensato e prodotto un gran giornale, figuriamoci trenta! Trent’anni in cui il panorama giornalistico italiano è mutato fin nelle sue radici. Sono morte testate come Paese Sera, sono cambiate profondamente testate come il Corriere della Sera, sono mezzo annegate e poi salvate in extremis testate come L’Unità . Anche giornali di partito sono defunti e qualcuno perfino risorto. In tutti questi cambiamenti, in tutti questi mezzi annegamenti e mezzi salvataggi, in tutte queste morti e resurrezioni c’è lo zampino di Repubblica, giornale che non solo racconta la politica ma sa anche esercitarla in proprio. L’idea brillante che Eugenio Scalfari covava dai tempi dei tempi (ce l’aveva quando fondò L’Espresso, anzi: fondò L’Espresso perché non era riuscito a fondare Repubblica e dovette attendere un bel po’ prima di mettere in stampa il quotidiano che aveva in mente e nel cuore), quell’idea brillante dunque ha modificato il dna dei giornalisti, dei lettori e persino il rapporto non sempre cristallino e non sempre convincente tra giornali e politica. Un uso spregiudicato del gossip (non quello sciocchino che spesso si recita ancora oggi, ma piuttosto quello serio, quello che racconta cosa-c’è-dietro), un layout da avanguardia, un linguaggio capace di declinare grande scrittura e comprensibilità , un rapporto non snob con le notizie: questo e molto altro ancora ha fatto e continua a fare Repubblica e questo e molto altro ancora racconta in un bel saggio Angelo Agostini, studioso dei media, direttore della rivista Problemi dell’informazione. Agostini ha sintetizzato senza banalizzarle le ragioni di un successo strepitoso e le fondamenta di un fuoriclasse del giornalismo e individuato il rapporto tra chi fa e chi compra Repubblica: “Io lettore non me ne faccio nulla di un giornale che mi ripeta le notizie che ho già  appreso da mille altre fonti. Ho bisogno di uno strumento che accompagni la mia vita scandendone la quotidianità  nei tempi più lunghi che segnano la costruzione di qualcosa che è estremamente più complesso della lista dei fatti del giorno. L’identità  è un contratto difficile. Trent’anni della Repubblica hanno imposto questa misura al giornalismo italiano”. 

Apriti cielo! Giorgio Bocca ha toccato con la sua mano pesante Napoli, la napoletanità , la bellezza guasta, i vicoli oscuri della politica locale, i cardinali capaci di sciogliere il sangue di San Gennaro, le camorre capaci di tenere per la gola un’intera città  e le sanità  insane che invece di guarire ammalano. L’ha fatto con un gesto che appunto non bada a buone educazioni e con un fenomenale esercizio di mestiere. Si sono alzati i lai, le proteste, le angosciate messe a punto, i distinguo. Dicano quel che vogliono, il suo resta uno dei più bei libri di scrittura giornalistica prodotti negli ultimi anni. Un racconto di Napoli e di noi tutti, del vivacchiare e del sopravvivere. Uno specchio orrendo in cui ci ritroviamo tutti.

I giornalisti scrittori, l’abbiamo detto e ridetto mille volte con tanto di prove alla mano, sono spesso un disastro. Fumosi fraseggiatori, emuli di stili che a loro non appartengono, dilettanti dell’intreccio, balbuzienti dei dialoghi laddove invece occorrerebbe una lingua chiara, complessa e coinvolgente. Poi ci sono le eccezioni. Una di queste ha un nome e un cognome: Paola Calvetti. Scrive con una convinzione che lascia convinti, racconta storie che restano, come quella che narra di Nora Cogliati e del fiume di bugie che sembra trascinarla in una avventura inconsapevole. Già  redattrice di Repubblica, poi capo dell’ufficio stampa della milanesissima Scala e ora a capo della comunicazione del Touring Club Italiano, Calvetti ha profondo rispetto per la lingua, passione per i sentimenti dei suoi personaggi, giudizio nel costruire la trama, generosità  nel tessere la magnifica ragnatela del racconto. 

È un libro intervista che fa capire molte cose quello che Roberto Colaninno ha elaborato con Rinaldo Gianola, vice direttore dell’Unità  e uomo che molto se ne intende di finanza ed economia. La madre di tutte le Opa, quella che Olivetti (e cioè Colaninno) lanciò su Telecom, viene raccontata dal suo autore e in filigrana si intravede il panorama non sempre (anzi, quasi mai) terso del mondo capitalistico di casa nostra. Gianola ha la virtù di spiegare anche ai non addetti ai lavori i meccanismi spesso complicati in cui si attorcigliano, si dimenano, si massacrano potenti e impotenti, grandi industrie e furbacchioni.


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–  Angelo Agostini, ‘La Repubblica. Un’idea dell’Italia (1976-2006)’, Il Mulino, € 11,00
– Giorgio Bocca, ‘Napoli siamo noi’, Feltrinelli, € 14,00
– Paola Calvetti, ‘Perché tu mi hai sorriso’, Bompiani, € 14,50
– Roberto Colaninno con Rinaldo Gianola, ‘Primo tempo’, Rizzoli, € 18,00

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