Il Parlamento e le leggi sulla comunicazione

Nessuna delle richieste presentate dal centrosinistra per migliorare la parte relativa ai contributi per il settore dell’editoria è stata accolta dal governo. In commissione Bilancio della Camera dalla falcidia di emendamenti si è salvato solo quello presentato dal deputato di An Maurizio Leo (e sostenuto da tutta la maggioranza) che rifinanzia con 95 milioni di euro (stessa somma dello scorso anno) il credito d’imposta del 10% sull’acquisto della carta, più volte richiesto dalla Federazione degli editori. L’unica incognita è se la proposta alla fine verrà  recepita dal governo che – come già  avvenuto nel corso dell’esame della finanziaria al Senato – il 12 dicembre presenta in aula un maxi emendamento su cui chiedere il voto di fiducia. Il braccio di ferro si è protratto fino all’ultimo minuto, con la Fieg che ha continuato il pressing sulla maggioranza incontrando sia il relatore della Finanziaria, Daniela Santanchè (An), sia Maurizio Leo, vice presidente della commissione Finanze. Il presidente della Fieg, Boris Biancheri, ha ribadito la necessità  d’introdurre il bonus sulla carta, di ridurre il costo del lavoro giornalistico e di estendere al 2006 il credito d’imposta sugli investimenti. Ma non c’è stato nulla da fare: la maggioranza ha bocciato tutti gli emendamenti presentati in tal senso dall’Unione di centrosinistra, compreso quello in cui veniva chiesto di eliminare dall’autofinanziamento l’Autorità  per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom).


Legge Finanziaria – Comunicazione istituzionale – La recente sentenza della Corte costituzionale che, in base alla riforma del titolo V della Costituzione, ha dichiarato illegittima la decisione delle precedenti Finanziarie di tagliare precise voci di bilancio delle amministrazioni locali, ha imposto un ripensamento per quanto riguarda quella attualmente in discussione. Il governo centrale, infatti, in base alla sentenza può decidere tagli per le amministrazioni locali, ma non può indicare quali settori colpire. Decade dunque la norma, approvata dal Senato, con cui si imponeva alle amministrazioni locali la riduzione del 50% del budget per le spese di rappresentanza, comprese quelle relative alla comunicazione istituzionale.


Riforma della par condicio –  Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi continua a insistere nella sua idea di riforma della par condicio, la legge che regola l’accesso ai mezzi di comunicazione durante la campagna elettorale. Berlusconi vorrebbe estendere a tutto il periodo della campagna elettorale l’affissione dei manifesti (ora proibita nei 30 giorni prima della data delle elezioni), così come vorrebbe reintrodurre la possibilità  di trasmettere spot televisivi. Ma gli alleati, soprattutto Udc e Lega, continuano a dirgli di no. L’Udc ha bocciato anche gli spot di coalizione che Berlusconi aveva proposto nella speranza di ammorbidirne la posizione. Salvo colpi di scena, alle elezioni politiche si andrà  dunque con l’attuale normativa. Sulla vicenda pesa inoltre la denuncia dell’Agcom, l’Autorità  a cui spetta il controllo del rispetto della par condicio: se il governo non trasferirà  al più presto i fondi spettanti all’Autorità  (circa 5 milioni di euro) la vigilanza è a rischio, ha denunciato il presidente, Corrado Calabrò.


Multa Rai-Mediaset – Un duro colpo arriva all’Autorità  per le garanzie nelle comunicazioni da parte del Tar del Lazio. Il tribunale amministrativo ha infatti annullato le multe erogate dall’Agcom lo scorso 8 marzo a Rai e Mediaset per abuso di posizione dominante nella raccolta della pubblicità . Come ultimo atto del suo settennato, il precedente consiglio dell’Agcom, allora presieduto da Enzo Cheli, si pronunciò – con il voto contrario dei commissari Meocci, attuale direttore generale della Rai, e Luciano – per una sanzione pari al 2% del fatturato del 2003: 20 milioni di euro per la Rai, 40 per Rti e 5 per Publitalia. L’accusa era di sfondamento dei tetti imposti dalla legge Maccanico (il 30% delle risorse del sistema tivù, limite poi modificato dalla legge Gasparri), rilevato dopo ben sei anni d’indagini e audizioni cominciate nel 1999. L’attuale annullamento da parte del Tar del Lazio dovrebbe essere legato a un vizio di forma nella procedura, come subito denunciarono Rai e Mediaset nel fare ricorso al Tar. “Sarà  una casualità , ma ogni volta che in Italia si affronta il problema delle posizioni dominanti o delle sanzioni a carico del duopolio c’è sempre un cavillo, un vizio di forma che riesce a bloccare tutto”, è stato il commento del diessino Giuseppe Giulietti. “Mi auguro che adesso l’Agcom riapra la procedura portando a conclusione un provvedimento non punitivo ma dovuto, cioè legato all’applicazione delle regole”.
Sempre in materia di raccolta pubblicitaria, in vista dell’imminente revisione della direttiva europea ‘Televisione senza frontiere’, la Fieg scende in campo per rivendicare un’equa distribuzione delle quote di mercato pubblicitario tra i diversi mezzi superando lo squilibrio, in Italia più grave che in ogni altro Paese europeo, a favore della tivù. “Per questo è necessario mantenere il limite orario di affollamento pubblicitario”, è la sollecitazione di Boris Bianchieri, presidente della Fieg, “ed estenderlo a tutte le forme di pubblicità , incluse le telepromozioni che andrebbero sottoposte a disposizioni più restrittive”.


Canone Rai – Anche nel 2006 il canone Rai costerà  ai cittadini 99,6 euro. Lo ha deciso il ministro delle Comunicazioni Mario Landolfi che non ha atteso, come richiesto dal presidente della Rai, Claudio Petruccioli, di conoscere la certificazione della società  di revisione Deloitte&Touche sulla contabilità  separata nel bilancio 2004 prima di annunciare la propria decisione. È rimasta così lettera morta la richiesta avanzata dalla Rai di un aumento del canone per coprire il buco di 300 milioni di euro nell’attività  di servizio pubblico. “La Rai”, ha sostenuto Landolfi, “ha tutte le capacità  e le risorse necessarie per affrontare le sfide future e presenti, poiché ha ricevuto aumenti costanti del canone dal 1994 al 2003 ed è un’azienda che sta bene”.

(le cronache parlamentari sono aggiornate fino al 7 dicembre)

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