Polemiche – Walter Passerini. Le fabbriche dei giornalisti

L’articolo riprodotto su www.primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 357, Dicembre 2005, di  ‘Prima Comunicazione’

Ma giornalisti, si nasce o si diventa? Sgomberiamo il campo dalla teoria genetica: se togliamo i padri, i parenti, i raccomandati e tutti quelli che hanno un santo in paradiso, la risposta è che giornalisti si diventa
Due sono oggi le strade possibili: una è quella del praticantato sul campo, l’altra è quella delle scuole di giornalismo. Ed è soprattutto quest’ultima che vorremmo approfondire.
Da quando l’Ordine dei giornalisti ha aderito alla ‘via universitaria alla professione’ (si diventa giornalisti essendo laureati e inserendo le scuole nell’università ) ne stanno succedendo di tutti i colori. Innanzitutto vi è stata un’esplosione di scuole riconosciute, vale a dire che offrono il praticantato per via formativa. Ora ve ne sono ben 18 (tre a Milano, tre a Roma, una a Torino, Padova, Bologna, Firenze, Perugia, Urbino, Napoli, Salerno, Potenza, Bari, Palermo e Sassari), ma non è detto che la corsa sia finita. Il rischio è che ogni regione o capoluogo di provincia e ogni grande ateneo voglia la sua scuola di giornalismo, in un crescendo che può andare fuori controllo. La ragione della diaspora sta nel fatto che il canale universitario dovrà  diventare canale esclusivo, vale a dire l’unica strada attraverso la quale si diventerà  giornalisti. Qui il tira e molla  e il braccio di ferro sono in corso da tempo.
Gli editori, vedi Fieg, non amano troppo la via universitaria; anzi, alcuni sostengono che abbasserebbe addirittura le competenze necessarie. L’Ordine dei giornalisti è invece convinto della soluzione, ma vorrebbe avere voce in capitolo. Il ministero dell’Università  giostra tra la universitarizzazione della professione e la voglia di non urtarsi con ordini e corporazioni. Sì, perché la ventura della questione giornalistica è quella di essere finita dentro il calderone della più generale riforma delle professioni, ‘annosa quaestio’, nella quale ci sono interessi diversi e soggetti variegati: commercialisti, notai, avvocati, geologi e via andando. E probabilmente non si riuscirà  più a stralciarla.
Ora, era atteso nei giorni scorsi il lodo Siliquini, dal nome del sottosegretario al Miur che ne tesse le fila. Il provvedimento a questo punto va a gennaio 2006, ma, da quanto ci risulta, contiene una mossa all’italiana: il ministero dell’Università  riconosce le scuole di giornalismo come canale unico, ma non da subito, bensì a partire dal 2013. Una proroga di sette anni, quindi, peggio del Tfr, che nasconde sotto una foglia di fico le difficoltà  di dialogo con la professione, ma anche la fragilità  del decisore politico. Insomma, sino a quella data si diventerà  giornalisti per la doppia via, quella del campo e quella delle scuole. A partire da allora, solo le scuole, vale a dire le università , potranno battezzare i giornalisti.
Il rinvio denota le divergenze della triade università , editori e giornalisti, ma vi sono altri due punti che ci paiono meritevoli di attenzione e che, questa volta, riguardano soprattutto i giornalisti. Il primo è il progetto chiamato ‘Laureare l’esperienza’ ed è una sorta di ‘cepuizzazione’ della professione. Applicando la legge che consente agli atenei di riconoscere i crediti formativi a coloro che esercitano una professione, l’Ordine nazionale dei giornalisti ha stipulato una convenzione con alcune università  in modo da assegnare il titolo di dottore ai giornalisti che ancora non ce l’hanno. Resta ferma l’autonomia dei singoli atenei convenzionati, che oggi sono nove (Cassino, Catania, Chieti, Enna, Ferrara, Messina, Lumsa Roma, Udine e Varese), ma è evidente che la contropartita è che il numero dei giornalisti che diventeranno dottori aumenterà  vistosamente. In un’interessante quanto bizzarra inversione: per diventare giornalisti bisogna essere prima dottori, ma oggi per diventare dottori bisogna prima essere giornalisti.
La seconda questione è una sommessa ma molto popolare proposta, che migliorerebbe la posizione giuridica e accademica dei giornalisti che insegnano nelle scuole di giornalismo. In parallelo alla crescente compenetrazione scuole-università , i giornalisti docenti delle scuole, che sono oggi tutti docenti a contratto, potrebbero acquisire uno status giuridico più completo che, senza insidiare l’accademia, offrirebbe agli attuali contrattisti una posizione giuridica più forte.
Sullo sfondo, ma dovrebbe essere al centro, vi è la questione didattica: quali sono le materie, le discipline, i contenuti su cui le scuole formano i praticanti futuri giornalisti? Che cosa fanno durante i 24 mesi di studio i nostri ragazzi? Qui il rischio che ogni scuola faccia da sé è immanente, in un bricolage di soluzioni che non fa sistema. Per questo l’Ordine nazionale ha promosso l’Istituto nazionale per la formazione al giornalismo, per monitorare le scuole e per compiere un’istruttoria dei saperi, impartiti e necessari, per il praticantato. Il suo compito è appena iniziato. Ma sul lavoro didattico delle scuole si staglia, finalmente, l’ombra di un confronto e di un serio controllo di qualità .

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