Rubriche – Qui Washington. “Come oggi!”, dicono gli americani guardando ‘Rome’

L’articolo riprodotto su www.primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 357, Dicembre 2005, di  ‘Prima Comunicazione’

“Lei è di Roma?”, ti chiedono con tono tra il divertito e l’interessato ai parties che si susseguono a ritmo incalzante in questi giorni a Washington. E non si tratta della solita malcelata ammirazione che prende gli americani quando scoprono che chi parla con loro è italiano. Tanto interesse è determinato dal fatto che il serial ‘Rome’, messo in onda da Hbo che l’ha coprodotto con la Bbc e la Rai, è diventato uno dei temi preferiti di discussione intorno a un tavolo con l’aiuto di qualche bicchiere di vino. Le prime dodici puntate hanno spopolato in termini di audience. ‘The word of mouth’, il passaparola, ha avuto un impatto incredibile sconvolgendo le più rosee previsioni di Hbo. I commenti della stampa specializzata e dei quotidiani sono stati e continuano a essere ispirati all’entusiasmo.
La storia è ambientata nel 52 prima di Cristo. Roma è la città  più ricca del mondo, una metropoli cosmopolita di un milione di abitanti e centro dell’impero. Il plot si dipana intorno a due figure di legionari, Lucius Vorenus e Titus Pullo, le cui avventure personali sono inserite in quadri di vita caratterizzati da corruzione, degrado politico, adulterio, strumentalizzazione religiosa. Una Roma ben diversa da quella da cartolina delle epiche produzioni di Cinecittà  come ‘Quo Vadis’ e ‘Ben Hur’, ma senza dubbio più convincente. Difatti tra i commenti degli americani appassionati a questa serie una frase si ripete: “Come oggi!”. Per loro ‘Rome’ è lo specchio dell’attuale società  americana. O meglio occidentale. Falso moralismo diffuso in quantità  industriali a ogni livello, al quale fa da contrappeso una concezione ipermaterialistica della vita quotidiana. Il sesso inteso come prestazione ginnica, magari davanti agli occhi degli schiavi o, ai tempi nostri, davanti agli amici e conoscenti occasionali nei fine settimana di scambio delle coppie. La corruzione politica, la crudeltà  dei conquistatori nei confronti dei popoli conquistati, l’ingordigia di chi amministra ricchezze, il populismo sfrenato dei tribuni, la falsità  costante negli atteggiamenti dei politici, la presenza della criminalità  organizzata.
“Come oggi!”, ripetono convinti gli americani di tendenza liberal. Quanto ai conservatori, si chiudono a riccio in un no comment che parla più di tante frasi fatte.


Un giornalista molto influente
Thomas L. Friedman, columnist del New York Times, tre volte vincitore del premio Pulitzer, è stato inserito nella classifica dei 25 americani più influenti stilata dal Center for public leadership dell’università  di Harvard. Il giornalista è sulla cresta dell’onda per il successo del suo ultimo libro, ‘The World is Flat’, un’analisi che ha scatenato giudizi contrastanti per la sua tesi: il mondo che cambia con l’emergere della ‘middle class’ in India e Cina e le ripercussioni sui Paesi industrializzati guidati dalla superpotenza americana.
Friedman, che ha accumulato un’approfondita esperienza di politica estera come corrispondente del New York Times soprattutto dal Medioriente, di cui è un grande conoscitore, viene considerato dai suoi critici come un uomo di destra e contribuisce insieme ad altri colleghi (come Judith Miller appena ‘dismessa’ dal giornale con succulenta liquidazione) a dare quell’aspetto camaleontico a una testata da tutti considerata di sinistra. Ha fatto discutere nei giorni scorsi un suo editoriale intitolato ‘George Bush Third Term’ in cui, riferendosi ai pessimi sondaggi sul presidente Bush, dice testualmente: “L’ultima volta che il signor Bush ha toccato il fondo per colpa del troppo bere, ha trovato Dio ed è riuscito a dare una svolta alla sua vita. Ora che ha toccato il fondo di nuovo, forse per essersi troppo abbeverato a Karl Rove, la domanda è se riuscirà  a trovare l’America e a dare una svolta alla sua presidenza”.
Nei giorni scorsi Friedman è stato ospite del ‘Marvin Kalb Report’, la trasmissione mensile che si tiene nella ball room del National Press Club. E a chi gli chiedeva di spiegare meglio la sua posizione, ha detto che Bush e il suo vice Dick Cheney hanno combattuto questa guerra in Iraq senza mandare un numero di truppe sufficiente, senza alcun piano per il giorno dopo e senza punire i membri della propria squadra per la loro incompetenza. Non c’è tempo da perdere – secondo Thomas Friedman – e George W. Bush deve riaggiustare la sua politica riconquistando una posizione di centro, se non vorrà  passare alla storia come il presidente che ha rappresentato l’inizio del declino dell’America.


Il Blackberry nel mirino
Qui negli Stati Uniti i professionisti si distinguono in due grandi categorie: quelli che hanno e usano il Blackberry e quelli che non ce l’hanno. Il Blackberry è il cellulare inventato da due canadesi che hanno fondato la società  Research in motion (Rim) e vendono in milioni di esemplari la loro ‘hand-held device’ che consente di restare in contatto in tutto il mondo gestendo la posta elettronica e ricevendo informazioni e news di ogni tipo. Insomma un vero e proprio computer in miniatura. Ma i milioni di possessori del Blackberry sono in ansia per le sorti del loro utile e amato telefonino. Si tratta di questo: da mesi Research in motion è in disputa giudiziaria per un brevetto nella gestione delle e-mail la cui paternità  viene rivendicata da un’altra società , la Ntp. Lo scorso marzo era stato raggiunto un accordo economico per chiudere la vertenza. Ma è fallito per ragioni non chiare; adesso a complicare le cose ci si è messo di mezzo un giudice federale. Molti analisti dicono tra le righe che si tratta di un ennesimo episodio di arroganza americana verso la concorrenza di industrie straniere sul proprio territorio, dato che la Rim (che sta facendo un sacco di soldi) è società  di diritto canadese.

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