Rubriche – Lettere dal Medio-Oriente. Cartoon iraniani per promuovere i bambini kamikaze

L’articolo riprodotto su www.primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 356, Novembre 2005, di  ‘Prima Comunicazione’


Il vento gelido che ha spazzato la breve primavera di Teheran, esemplificato dal desiderio del presidente Ahmadinejiad di cancellare Israele dalla carta geografica, si è abbattuto anche sulla libertà  di stampa. Quando i moderati erano in ascesa, si stampavano in Iran non meno di 60 quotidiani. “Oggi, la maggior parte di essi è ridotta al silenzio”, dice Meir Javedanfar, iraniano di nascita, inglese di studi e israeliano di cittadinanza, direttore della Middle East Economic and Political Analysis Company. “Le reti televisive sono sotto stretto controllo del governo, così come la quasi totalità  dei quotidiani superstiti”.
A Teheran tornano a materializzarsi i fantasmi del passato, e come ai tempi di Khomeini le strade si riempiono di giovani con la barba e donne in chador che scandiscono slogan anti americani e anti israeliani. Gli effetti della restaurazione del ‘potere nero’, quello degli ayatollah, si fanno sentire a tutti i livelli. Anche in tivù.
Venerdì 28 ottobre, giorno festivo nel mondo musulmano, alle otto del mattino, ora in cui la platea televisiva è composta prevalentemente da bambini, la rete Irib 3 racconta, con un cartone animato choc, come un bambino palestinese diventa ineluttabilmente un kamikaze. Il filmato si apre con una pattuglia di soldati israeliani che massacra a sangue freddo una famiglia palestinese. Si salva solo il figlio, testimone oculare della strage, che per vendicarsi si arruola nella Jihad. Prima di indossare la cintura esplosiva e lanciarsi in una missione suicida contro i soldati israeliani, la zia lo benedice: “Addio mio caro. Con l’aiuto di Dio, ce la farai. Va, mio bambino. Non lasciarti sopraffare dal nemico. Va e mostra ai sionisti quanto coraggiosi ed eroici sono i bambini palestinesi”. Il tutto condito con crude scene di brutale violenza.
Mistificazione della realtà  e incitamento all’odio sono i due ingredienti principali della macchina propagandistica del regime iraniano. Sempre il 28 ottobre, un’altra rete, la Sahar Tv, trasmette una fiction dal titolo ‘Holocaust’. Il film mostra le presunte persecuzioni subite dai negazionisti dell’Olocausto. Nella prima scena, parla David Bardash, sullo schermo scorrono le immagini di Hitler e dei campi di concentramento, la voce fuori campo dice: “Come scrittore e storico e dopo anni di ricerche, durante le quali ho consultato documenti di incontestabile veridicità , sono giunto alla conclusione che non una sola camera a gas è mai esistita nei campi di concentramento. Inoltre, un certo numero di documenti provano che le camere a gas sono meramente un mito e una leggenda”. Nel prosieguo, vengono messe in scena presunte operazioni di agenti del Mossad tese a eliminare i negazionisti e a far sparire le prove sulle quali si basano i loro studi.
In un Paese dove i sondaggi d’opinione sono semplicemente illegali, difficile farsi un’idea di come la pensi davvero il Paese reale e di che impatto ha la propaganda del regime sull’opinione pubblica. Ci ha provato comunque Meir Javedanfar, usando la sua madrelingua, il parsi, e Internet, l’unico mezzo di comunicazione che sfugge alla cortina issata dagli ayatollah. Ha navigato nelle ‘chat room’ iraniane e ha intervistato migliaia di persone sui temi più disparati. Il quadro che ne è emerso, anche se non ha il rigore scientifico di un sondaggio, è comunque illuminante. Ai primi posti nella graduatoria delle preoccupazioni degli intervistati ci sono nell’ordine: la disoccupazione, la corruzione, la criminalità , la mancanza di libertà . Solo al quinto e al sesto posto troviamo la paura di un attacco statunitense o israeliano. Infine, dato sorprendente, il popolo delle chat non ha alcun dubbio: a stragrande maggioranza conviene sul diritto all’esistenza di Israele. Insomma, almeno gli iraniani giovani e istruiti, che presumibilmente sono i maggiori utenti di Internet, la pensano in modo radicalmente diverso dai puri e duri della rivoluzione che hanno riconquistato il potere alle ultime elezioni sbaragliando i riformisti. Una conferma della complessità  della società  iraniana: dietro il chador si nascondono spesso sogni di libertà .

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