Opinioni – Smile. Se non fanno stupidaggini, tra qualche mese i leader del centrosinistra…

L’articolo riprodotto su www.primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 355, Ottobre 2005, di  ‘Prima Comunicazione’


Se non fanno stupidaggini, tra qualche mese i leader del centrosinistra si troveranno alla guida del Paese. E tra le altre cose dovranno anche decidere come intervenire sul mercato della
comunicazione radiotelevisiva e della carta stampata. E nessuno è in grado di dire quali siano le vere intenzioni dell’Unione. Il suo leader Romano Prodi, dopo il ritorno da Bruxelles, si è espresso solo due volte e tutte e due le volte con una lettera al Corriere della Sera. La prima, pubblicata qualche mese fa e ripresa recentemente in un bell’articolo di Pirani su Repubblica, sostanzialmente proponeva la divisione della Rai in due: un servizio pubblico sostenuto dal canone e una televisione commerciale vera e propria da privatizzare. La seconda, più recente, si lamentava della parzialità  delle reti televisive nei suoi confronti.
Cosa c’entra, direte voi, una più o meno legittima lamentela con un programma di governo? C’entra, c’entra: perché mi sembra rivelare che l’intelligente prospettiva indicata nella prima lettera sia già  stata abbandonata e sostituita dall’antica necessità  di farsi spazio in una Rai lottizzata. La polemica sul Cda e poi sul presidente Rai, le preistoriche esternazioni di Curzi, gli stupidi dibattiti sul ritorno di Santoro mi sembrano indicare un andazzo che va più verso la spartizione che verso le riforme. Eppure si tratta di un tema chiave e non sarebbe poi così difficile individuare le soluzioni più corrette.
Vediamo se è vero. Si dovrebbe partire da alcuni dati di fatto. Il primo: l’Italia è un’economia capitalista, dove il buon senso impone di adottare regole che tengano conto dei comportamenti dell’ ‘uomo economico’ più che dell’ ‘uomo sociale’. Il secondo: il mercato della comunicazione italiano, grazie al peso e alla qualità  dell’offerta televisiva, è all’avanguardia in Europa ma si caratterizza ormai come un ‘duopolio collusivo’ (a cui si aggiunge la connivenza dei media non televisivi) a danno del consumatore/telespettatore. Il terzo: il più grande ‘editore’ italiano è oggi presidente del Consiglio e domani sarà , se non il leader, il punto di riferimento dell’opposizione. Il quarto: Mediaset con le sue tre reti è un importantissimo asset industriale per il Paese, ma la sua elevatissima redditività  (unica al mondo) non è merito solo delle capacità  industriali, ma soprattutto della sua capacità  lobbistica a evitare concorrenza e a ridurre le capacità  di competere della Rai. Il quinto: la Rai è un animale misto, un po’ servizio pubblico e un po’ televisione commerciale, gravemente inefficiente e spesso inefficace; capace di impennate di qualità  ma senza la disciplina di un’azienda attenta ai risultati di bilancio. Il sesto: buona parte della carta stampata è controllata da azionisti che di mestiere non sono editori.
Questi i dati di fatto. Su questi non mi sembra molto difficile fare una vera riforma, una riforma che non duri solo cinque anni di legislatura, ma che sia la rifondazione del sistema dell’informazione/comunicazione italiana; una riforma alla Zapatero o alla Thatcher, di quelle che incidono significativamente sulla vita di una nazione. Bastano pochi interventi che ridefiniscano le regole per possedere media e che indirizzino a una maggiore concorrenza.
Sulle regole per possedere media. Norma numero uno: non è possibile controllare la proprietà  di qualunque mezzo di comunicazione se il media o i media che si controllano non rappresentano almeno il 75% degli assett dell’azionista di controllo. In altri termini: se vuoi fare l’editore fai soprattutto l’editore. Ciò vorrebbe dire che la Fiat dovrebbe vendere La Stampa e che il Corriere dovrebbe trovare un editore, ma anche che De Benedetti o Berlusconi non potrebbero espandere le proprie attività  senza vendere le loro attività  editoriali. Semplice, ma, mi pare, efficace.
Regola numero due: se possiedi un mezzo di informazione non ti puoi candidare a nessuna carica pubblica. Sarà  brutale, ma anche questa non manca di efficacia.
Sulla concorrenza: Raiuno e la Sipra vengono scorporate e vendute all’asta insieme. Possono partecipare tutti coloro che rispondono alle caratteristiche di cui sopra. A quel che rimane della Rai si dà  un budget senza pubblicità  e con un canone incrementato del 30% . Se prevede il pareggio bene, sennò si vende anche Raidue e l’affollamento pubblicitario di tutte le reti viene allineato a quello attuale di Mediaset. Si possono possedere sino a tre reti. Nessun limite sul possesso incrociato di diversi tipi di media. Unica conseguenza per chi possiede più di una rete: ogni rete posseduta al di là  della prima comporta una riduzione del 15% dell’affollamento medio di tutte le reti possedute.
Se l’affollamento standard è 100, se possiedi due reti sulle tue scende a 85, se ne possiedi tre scende a 70. Così l’acquirente della sola Raiuno saprebbe di poter competere con Mediaset.
Mi sembrano norme semplici che otterrebbero strutturalmente il risultato: a) di avere azionisti interessati al successo economico dei media e non a usarli per altri fini; b) di aumentare il numero dei soggetti operanti nel settore; c) di aumentare il livello di concorrenza senza obbligare Mediaset a vendere una rete; d) di avere un ‘vero’ servizio pubblico; e) di incassare qualche miliardo di euro dalle privatizzazioni.
Norme semplici, ma che non verranno adottate. Forse Prodi lo farebbe, ma il ‘partito della Rai’ sembra maggioritario e quindi sentiremo le solite scemenze sul ‘grande giacimento culturale’, su Retequattro sul satellite, qualcuno candiderà  Mentana o Calabrese per il Tg1, Costanzo farà  una telefonata a D’Alema. E tutto rimarrà  come prima. Dimenticandosi di quanto è successo negli ultimi 10 anni e della situazione in cui siamo. Come direbbe Moretti: “E fate qualcosa di sinistra!”

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