Periodici – Canard Enchainé. L’anatra al vetriolo

(Prima Comunicazione – numero 351 – Maggio 2005)  L’unico giornale d’informazione capace di vantare in terra di Francia bilanci attivi è anche il solo che non abbia mai accettato di vendere un solo modulo di pubblicità . Sarà  un caso o forse no, ma oltralpe i signori della stampa stanno cominciando a interrogarsi. Con circa mezzo milione di copie che vanno a ruba in edicola ogni santo mercoledì, su carta ruvida che profuma ancora d’inchiostro, zero investimenti in Internet e nessun editore fra le scatole, il Canard Enchaà®né sarà  pure un modello strampalato e irripetibile, ma sta di fatto che i suoi conti tornano. Gli utili, per la precisione, hanno sfiorato i 7 milioni di euro nel 2003 (ultimi dati disponibili), e c’è chi assicura che il 2004 e le proiezioni su quest’anno siano ancora più incoraggianti.  La grande industria è riuscita a mettere le mani su Le Monde: non contento di essersi assicurato con un investimento di 135 milioni la fetta più grande (il 17%) del prestigioso quotidiano che ha perso 25 milioni nell’ultimo anno, Arnaud Lagardère ha deciso di investire altri 25 milioni per controbilanciare l’ingresso nell’azionariato del gruppo Prisa El Paà­s. Per Libération, simbolo della gauche sessantottina, la legge del contrappasso è stata ancora più crudele: in consiglio d’amministrazione si parla ormai la lingua degli uomini della banca  Rotschild. E Le Figaro ha ricominciato a volare in alto solo grazie all’aiuto del nuovo padrone, l’industriale dell’aerospaziale Serge Dassault. Alla fine il Canard Enchaà®né – un tempo in numerosa compagnia nel predicare la propria indipendenza e a propugnare un modello di giornale controllato dai giornalisti – è rimasto un’isola felice. Felice e minacciata? “Non ci sentiamo minacciati”, spiega placido Eric Emptaz, che con Claude Angeli controlla l’ufficio centrale responsabile della produzione del giornale, “perché noi non siamo in vendita. E non potremo mai esserlo”.  Chi volesse muovere un attacco per mettere in gabbia l’influente settimanale satirico francese non saprebbe da dove cominciare. Il giornale è una società  totalmente controllata dai suoi redattori e dagli altri dipendenti. E se le quote della proprietà  sono distribuite fra i giornalisti, queste ultime non possono in ogni caso mai essere cedute e devono essere restituite a titolo gratuito al momento di uscire dalla redazione per dimissioni o pensionamento. Gli utili non possono mai essere distribuiti fra i soci, ma devono necessariamente essere reinvestiti, tenendo in conto soprattutto la tutela dell’indipendenza economica della testata. Un gigantesco monopoli dove girano molti soldi, ma nessuno può mettersi in tasca niente di più della propria lauta paga. Il Canard, inoltre, non sa cosa sia la raccolta pubblicitaria e in cassa entrano solo i proventi di vendita in edicola e abbonamenti (una copia è in vendita a 1,20 euro, l’abbonamento annuale costa 54,90). La testata, ovviamente, non ama nemmeno frequentare il mondo bancario: mai utilizzato un credito, piccolo o grande, in quasi un secolo di storia. La partita si gioca tutta con i lettori, se la testata non piacesse chiuderebbe immediatamente.

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