Opinioni – Oreste Flammini Minuti. Ma perchè nessuno pubblica il testo delle querele?

(Prima Comunicazione – numero 350 – Aprile 2005) Il caso Padellaro-Unità -Storace merita alcune considerazioni e offre lo spunto per possibili future iniziative, anche sul piano legislativo.
È ormai di pubblico dominio che l’intervista della giornalista dell’Unità  Luana Benini all’ex deportato Mario Limentani, portavessillo dell’Associazione nazionale ex deportati alla cerimonia commemorativa dell’anniversario delle Fosse Ardeatine, ha provocato la sdegnata reazione dall’ex presidente della Regione Lazio Francesco Storace che in una conferenza stampa ha protestato per le affermazioni del Limentani: il padre di Storace non avrebbe potuto “picchiare” il Limentani in quanto all’epoca dei fatti, 1941, egli aveva solo 11 anni!
È altrettanto noto che il giorno successivo, in un fondo di prima pagina, il direttore dell’Unità  Antonio Padellaro per prima cosa ha chiesto scusa a Storace affermando: “Storace ha diritto alle nostre scuse”.
Meno nota è la circostanza che l’Ordine dei giornalisti di Roma e Lazio, su sollecitazione del ministro Gasparri, ha aperto un procedimento disciplinare a carico di Antonio Padellaro e di Luana Benini, nel corso del quale presumibilmente si discuterà  di una serie di argomenti che vanno dal “regime delle interviste” (anche sulla scorta della recente sentenza delle Sezioni unite della Cassazione) alla così detta buona o mala fede del giornalista, dalla attualità  della notizia al controllo del direttore sulla stessa. Quello che, però, è rilevante in questa storia è ben altro: due circostanze meritano di essere considerate in modo particolare.
La prima, inusuale e significativa, riguarda le pubbliche scuse espresse da un direttore responsabile di un giornale schierato su fronti opposti a quelli della persona offesa, scuse immediate, senza necessità  di alcun controllo della smentita e ‘allocate’ in prima pagina del giornale. La seconda, altrettanto inusuale e altrettanto significativa, concerne la dichiarazione della persona offesa di non voler adire l’autorità  giudiziaria.
Queste due ‘situazioni’ sono sicuramente ‘anomale’ e in un mondo nel quale la querela o la citazione per diffamazione a mezzo stampa sono ormai considerate strumento per realizzare rapidi e facili ‘profitti’ – in barba al ristabilimento dei valori morali ed etici concernenti il credito che una persona gode nell’ambiente nel quale vive e opera – offrono lo spunto per suggerire nuove iniziative a chi si sta occupando della riforma della diffamazione a mezzo stampa.
Se si ha a cuore veramente il ristabilimento della verità  su fatti ritenuti diffamatori, se si vuole realmente tutelare la reputazione dalle offese altrui, se – insomma – si vuol ridare dignità  alla persona in quanto tale, si riprenda la strada imboccata (e poi abbandonata) della efficacia della rettifica e/o smentita rifacendosi alla intuizione di Giuliano Pisapia. Nulla vi è di più efficace della riparazione derivante dalla tempestiva pubblicazione di una smentita, anche se deve essere data al giornalista la possibilità  di replica in termini adesivi o – viceversa – in termini di riconferma di quanto scritto con la indicazione delle fonti (se queste non rivestano carattere fiduciario). Si stabilisca, allora, preventivamente l’istituzione di una rubrica per le smentite e le rettifiche, indicandone obbligatoriamente la dimensione della titolazione, il corpo e il carattere delle pubblicazioni, e si conceda ai quotidiani e ai periodici un termine breve per dare corso all’adempimento richiesto.
Pochi sanno, infatti, che una delle prime pagine che vengono sfogliate dai lettori è quella relativa alle ‘lettere’, ove attualmente la quasi totalità  dei direttori relega tutto quanto arriva al giornale. E si stabilisca, inoltre, che un conto sono le lettere e altro sono le smentite. E se proprio si vuole tutelare efficacemente la dignità , la reputazione e l’onore delle persone, oltre che la pubblicazione obbligatoria del dispositivo di condanna dei giornalisti colpevoli, si obblighi il querelante a pagare la pubblicazione del dispositivo di assoluzione. È molto facile e comodo fare annunci circa l’intenzione di querelare mare e monti; meno accettabile è correre il rischio di veder pubblicata una sconfitta.
Questo dovrebbe insegnare il caso Padellaro-Unità -Storace.
Invece non insegnerà  nulla perché il legislatore nostrano non può star dietro a queste particolarità  o perché – come sembra più probabile – non ha capito il valore della libertà  di stampa in un Paese civile e democratico. Il retaggio di una mentalità  repressiva fa aggio sulla cultura della prevenzione e dell’accertamento della verità .
La speranza, tuttavia, è sempre l’ultima a morire: se un direttore illuminato riflettesse che, indipendentemente dalle disposizioni di legge, sarebbe utile dar voce alla smentite e rettifiche con una rubrica dalle caratteristiche sopra indicate, che le lettere dei lettori sono altra cosa, che addirittura meriterebbero spazio anche le querele e le citazioni di chi si sente offeso, pubblicando gli esiti delle stesse indipendentemente dal fatto che siano favorevoli o contrarie, avremmo forse finalmente salito qualche gradino nella scala dei valori dell’informazione.
Ci sarà  qualcuno che vorrà  farlo?

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