Servizio di copertina – Toni Capuozzo. Meglio pestare la merda e il sangue della guerra, dice

‘Prima Comunicazione’, numero 349, Marzo 2005 – “Non credo nell’obiettività . Credo che nel giornalismo uno ci mette il suo sentire. Ci tengo a essere un inviato, ma non me la sento di nascondere ciò che a me sembra di capire. Per me un segno di grande libertà  personale è andare in un posto e raccontare le cose come le vedo e non farmi schermo di idee generali del mondo o pregiudizievolmente favorevoli a una o all’altra parte”, dice Toni Capuozzo, inviato di guerra del Tg5 e conduttore del settimanale di approfondimento ‘Terra’ che racconta per la prima volta anche la sua storia professionale inziata al quotidiano Lotta continua durante la direzione di Enrico Deaglio. Come tutti gli inviati italiani anche Capuozzo ha recentemente lasciato Baghdad. “Il fatto che in Iraq non ci siano più testimoni sul campo è una jattura”, spiega nell’intervista. “È una situazione che giova solo a chi i testimoni non li vuole. E non sto parlando degli americani. Sono andato alle manifestazioni per la liberazione di Giuliana Sgrena e ho sentito urlare contro gli Usa ma non contro il terrorismo. Sembra che l’evacuazione dei giornalisti italiani l’abbiano decisa il governo italiano e la Cia chissà  perché… Eppure è evidente che chi non vuole giornalisti fra le palle sono gli altri”. Ma perché i giornali e i tg italiani hanno richiamato i loro inviati? “La questione è delicata e complicata. Un direttore si assume una grave responsabilità  a mandare un inviato in Iraq. Fino a oggi il patto non detto era che il corrispondente usava molta prudenza, restava in albergo, si guardava le spalle”, racconta Capuozzo nell’intervista a Prima. “Tutto nasce da una lettera su un sito Internet in cui si minacciavano i giornalisti italiani all’interno dell’albergo Palestine. Significava che non c’era più terreno per questo equivoco che in qualche modo liberava le responsabilità  del direttore”. Sui rapimenti dei giornalisti in Iraq Toni Capuozzo nell’intervista sostiene: “Quando sequestri quattro guardie del corpo o un ingegnere vuoi colpire l’opinione pubblica. Nel caso dei giornalisti, però, c’è molta più emotività  e c’è ancora più emotività  se il giornalista è donna e ce n’è ancora di più se la donna piange nell’appello che viene diffuso. Per cui per loro è diventato non solo un obiettivo casuale ma anche estremamente redditizio: fai parlare di te, spaventi, mostri un Occidente impaurito, umiliato, disponibile a rompersi, a dividersi sul ritiro delle truppe. Con il minor costo crei il maggiore scompiglio nelle fila avversarie”. Capuozzo ha una lunga esperienza di inviato di guerra iniziata nel ’79 in Nicaragua all’epoca dell’insurrezione dei sandinisti. “Nelle guerriglie di liberazione post-coloniale la presenza del giornalista veniva vista come occasione per amplificare le proprie verità , le proprie denunce”, spiega nell’intervista a Prima. “Le cose cominciarono a prendere una piega diversa con le guerre disordinate, con la dissoluzione dell’Impero, con i Balcani. In quel caso i serbi non amavano i giornalisti che vedevano come i figli di un’informazione mondiale che li dipingeva come i cattivi. I giornalisti come i civili erano un target e ci venne tolto lo status di extraterritorialità . Ora nel conflitto iracheno ciò che cambia definitivamente è che sul giornalista prevale l’essere straniero. Per i saddamiti, poi, il giornalista non è mai stato libero. È sempre stato un esponente del regime e quindi per loro non esiste una distinzione fra te e il governo italiano. Il corrispondente di guerra non ha personalità  propria, vive di luce riflessa che è quella cupa, ostile, nemica dei governi della comunità  occidentale”. E su come i media hanno reagito a caldo alla liberazione di Giuliana Sgrena e alla morte di Nicola Calipari, nell’intervista Capuozzo dice: “La reazione è stata difficile perché si è trattato di una storia difficile da immaginare anche per un grande sceneggiatore. Ritengo che certe smagliature, certe ingenuità  fossero inevitabili. Impossibile pensare che liberato un ostaggio, il liberatore viene ucciso dagli americani. È certo che c’è una buona quota dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione che aspettano le notizie come fossero seduti sulla riva del fiume per vedere passare il cadavere del nemico che galleggia. Poi ci sono state anche posizioni improntate a umanità , prive di opportunismo politico. È clamoroso che il congresso di Rifondazione comunista applauda in piedi un agente dei servizi segreti. Segno che questo Paese è cambiato, anche se ci sono ancora resistenze, anche se per alcuni è la conferma del teorema e cioè che gli americani non volevano libera Giuliana Sgrena”.

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Nella foto, Toni Capuozzo 

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