GIAMPAOLO ROIDI – Da caporedattore a direttore di ‘Metro’

‘Prima Comunicazione’, numero 349, Marzo 2005 – Dice che non capisce proprio perché gli abbiano assegnato una gran bella macchina al momento della nomina a direttore (“odio il lusso”), mentre magari gli era più utile un rinforzo redazionale. Vabbè, se ne farà  una ragione. Intanto Roidi (con il giubilo dall’intero corpo redazionale) ha preso in mano un giornale che ben conosce, vessillo della free press che ha cambiato non poco il panorama informativo delle grandi città . “Ho quasi sempre partecipato all’apertura di una qualche testata”, osserva Roidi e in effetti ha visto nascere anche Metro, diretto prima di lui da Fabrizio Paladini che gli ha lasciato il testimone. Roidi ha iniziato a fare il giornalista sul serio nel 1989 alla redazione cronaca del Tempo. Poi, dal 1991 al 1994, si è fatto il suo bravo praticantato a Paese Sera (nel frattempo collabora anche con Prima Comunicazione), fino a quando appunto la storica testata della sinistra romana ha chiuso baracca e burattini con cordoglio di molti lettori capitolini. Chiuso Paese Sera, Riccardo Bonacina lo chiama a Vita (e lì incontra, tra gli altri, l’attuale vice direttore del Foglio Ubaldo Casotto) dove resta, come responsabile della redazione romana, per due anni e mezzo. Quando nel 1997 Enrico Singer apre lo (sfortunatissimo) dorso romano della Stampa lo chiama e Roidi risponde. L’avventura dura lo spazio di un mattino, quanto basta per lasciarlo disoccupato ma non disarmato, tant’è che aguzza l’ingegno e si fa venire in mente un giornale – Lavorare – che parli appunto di occupazione ed economia. Trova un editore nella Camera di commercio di Roma grazie all’entusiastica adesione del suo presidente Mondello. Nel giugno del 2000 Paladini se lo porta a Metro. Gusti: l’otium, il suo unico e vero lusso. Disgusti: oltre, come già  detto, il lusso, l’arroganza della politica e la mancanza di amor proprio dei giornalisti.

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