Opinioni – Smile. De Bortoli e Mieli cambiano ‘Sole’ e ‘Corriere’

‘Prima Comunicazione’, numero 348, Febbraio 2005 – “La classe non è acqua” avrebbe detto il mio vecchio allenatore di atletica. Sono bastate poche settimane a Ferruccio de Bortoli e a Paolo Mieli per cambiare faccia rispettivamente a ‘Sole 24 Ore’ e Corriere della Sera. De Bortoli ha già  fatto del giornale confindustriale il punto di riferimento di un capitalismo moderno sia nella sua parte generalista sia nella sezione più specificatamente economica e finanziaria. Dietro di lui ha una Confindustria montezemoliana che predica sicuramente bene e razzola abbastanza bene, ma non è facile sostenere una visione intelligentemente capitalista e liberale come quella in cui crede de Bortoli, slalomando tra le difficoltà  Fiat e il monopolio de facto di Telecom. Il suo Sole 24 Ore ci riesce bene, forte dell’onestà  intellettuale del suo direttore che, come abbiamo già  scritto in questa rubrica, era già  riuscito a dirigere il miglior Corriere della Sera dal dopoguerra a oggi. L’unica cosa ancora debole mi sembra il parterre degli opinionisti, inflazionato da una parte e senza forti personalità  dall’altra. D’altra parte, gli opinionisti economici preferiti da de Bortoli (e magari poco amati da qualche suo autorevole azionista) scrivono oggi sul Corriere (Francesco Giavazzi) e su Repubblica (Penati). Paolo Mieli, pur efficace, ci pare più arrugginito come direttore. È già  riuscito ad alzare la qualità  del giornale, a sprovincializzarlo dal dibattito romanocentrico in cui lo limitava Stefano Folli. Bella l’idea del documento ogni giorno, con autori poco noti al grande pubblico ma di grande respiro internazionale. Ottima la trovata di Romano alla posta dei lettori. Quello che non è ancora a punto mi sembra il giornale. È come se si fosse indebolita la cronaca. Anche quella internazionale: per esempio, la copertura dei discorsi di Bush per l’investitura e lo ‘state of the union’ mi è sembrata insufficiente. Sono mancate le diverse chiavi di lettura di cui di solito il Corriere abbondava. Ho anche l’impressione che le novità  come il documentone ne abbiano scombussolato la grafica, la leggibilità . Forse è tutto sospeso in attesa del full color. C’è ancora del lavoro da fare, ma certo lo si legge più volentieri di prima.

 Sembra che la privatizzazione Rai slitti in autunno, all’indomani di un passaggio del dg Cattaneo ad altra azienda di Stato. Abbiamo cercato di capire quale fosse l’opinione dell’advisor Rotschild, ma al momento in cui scriviamo non siamo riusciti ad avere informazioni precise. Nel frattempo, il dibattito sulla privatizzazione e il futuro della Rai e del sistema televisivo mi pare abbia preso un certo vigore. La lettera di Prodi al Corriere, l’articolo di Franco Debenedetti sul Sole 24 Ore, la risposta di Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera, il fondo di Giovanni Sartori in risposta a Prodi hanno alzato il livello del dibattito allontanandolo dalle giaculatorie propagandistiche del ministro Gasparri e riportandolo sui temi importanti. Proviamo a buttare giù un’agenda e alcuni punti fermi. Punto primo: la privatizzazione come prevista dalla Gasparri è una farsa e una presa in giro per il mercato; chi investe non conta nulla e non può contare nulla (limite dell’1% e meccanismo di nomina del consiglio di amministrazione) ed è soggetto ai capricci della politica per la determinazione dei ricavi (canone e affollamento pubblicitario) e la nomina del management (direttori di rete e dei telegiornali). Nessuna persona sensata ci metterebbe una lira e nessun advisor onesto consiglierebbe di farlo.
Punto secondo: il duopolio dopo essere arrivato a livelli di aggressività  e concorrenza positivi per il mercato è oggi un cancro che divora risorse alla Rai (e quindi a tutti i cittadini) per trasferirle sugli azionisti Mediaset (di maggioranza: la Fininvest; e di minoranza: il mercato); inoltre inchioda la creatività , blocca l’affermazione di nuovi talenti e lo sviluppo di nuove idee. È, quindi, indispensabile favorire l’inserimento di un terzo operatore dandogli la massima possibilità  di successo. Ciò è possibile solo in due modi: vendendo una rete Rai (in questo caso Raiuno) e obbligando Mediaset a venderne una, oppure lasciando a Mediaset tre reti e vendendone due Rai. Tutto il resto sono balle o favori a Mediaset. Per poter vendere una o due reti Rai è necessario fare due cose: ristrutturare la Rai riducendone i costi abnormi (sono d’accordo i Ds? È d’accordo Veltroni?) in modo da vendere una o due reti con un conto economico che presenti una redditività  vicina a quella Mediaset, disegnare un modello di televisione pubblica che si paghi con il canone.
Punto terzo: tutto ciò è possibile se il nuovo polo potrà  disporre di un affollamento pubblicitario pari a quello Fininvest con una maggiore concorrenza e una probabile pressione sui prezzi. È probabile che la carta stampata ne soffra un po’. Meno di quanto dicono gli editori, ma un po’ ne soffrirebbe. Quindi, caro Prodi, è illusorio conciliare la maggiore concorrenza televisiva con la protezione della carta stampata.  A questo proposito è ora di smetterla di parlare di dumping come fa Bragantini. Ha ragione Franco Debenedetti, i prezzi televisivi italiani sono di mercato. Da duopolio, ma di mercato. Se vogliamo rompere il duopolio dobbiamo rassegnarci a più concorrenza, e quindi a prezzi calanti. Il concetto di dumping (vendita sottocosto) non si applica per definizione a prodotti finiti come la televisione, le compagnie aeree, le compagnie di crociere, ecc. Essendo prodotti a costi fissi facilmente individuabili con magazzino limitato, per definizione non ci può essere vendita sottocosto. Inoltre, non riesco a capire perché un serio economista, che creda nel mercato, debba preoccuparsi se calano i prezzi, semmai dovrebbe essere il contrario.
Punto quarto: trovo geniale l’idea di Sartori di eliminare il canone e di sostituirlo con una tassa da applicare sui ricavi (io preferirei gli utili) delle televisioni commerciali. Geniale perché lega il sistema televisivo tutto all’andamento del mercato, e geniale perché lo svincola dai capricci della politica e obbliga i futuri amministratori della tivù pubblica a budget realistici.

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