Opinioni – Oreste Flammini Minuto. Il cane da guardia della democrazia ridotto a un cagnetto

‘Prima Comunicazione’, numero 348, Febbraio 2005 – Da diverse legislature si avverte nel nostro Paese l’esigenza di adeguare le istituzioni e l’ordinamento giuridico alle nuove esigenze socio politiche. Ne sono una riprova sia le varie Autorità  (authority) che man mano hanno fatto irruzione nei vari settori della vita, sia le modifiche – parziali e non organiche – di vari istituti. Dalla riforma delle pensioni a quella dell’ordinamento giudiziario, dal riordino del codice penale e di procedura penale alla rimodulazione dei rapporti di lavoro, è tutto un fiorire di tentativi, mal riusciti, di adeguare istituzioni e istituti. Gli esiti negativi di questi tentativi sono, con tutta evidenza, riconducibili a una generica mancanza di volontà  ‘condivisa’. Ma non solo. Un’osservazione più attenta pone, infatti, in evidenza un difetto comune: la settorialità  dei provvedimenti adottati che non permette di affrontare il problema in una cornice più ampia e di dare risposte organiche. In questo modo quello che balza evidente non è l’aspetto riformatore, ma la disorganicità  degli interventi.  L’informazione non si sottrae a questa disorganicità . Una molteplicità  di dibattiti, di convegni, di studi ha partorito provvedimenti normativi che altro non sono che rattoppi a una coperta vecchia e sdrucita, divenuta oltre tutto troppo corta e troppo stretta, inadatta a coprire tutte le esigenze di una informazione moderna.
La riforma della legge sulla diffamazione, quella sulle consegne delle copie d’obbligo e ogni altro provvedimento in cantiere, sono altrettanti esempi di tentativi di adeguare il diritto costituzionale di libera manifestazione del pensiero alle esigenze moderne di società  democratiche e pluraliste, ma nessuna affronta il problema del ruolo dell’informazione e di una sua attuale ridefinizione. E non si vede all’orizzonte alcuna possibilità  che ciò accada, proprio perché nessuno si è posto il problema della necessità  di questa ridefinizione. E così, la disorganicità  dei provvedimenti adottati, lungi dal rendere meno problematici i nodi attinenti a una libera informazione e al suo altrettanto libero esplicarsi, aumenta la confusione ideologica e giuridica che da diversi anni si esplicita attraverso le sentenze dei giudici di casa nostra.
Il progressivo affermarsi del ‘liberismo’, inteso come degenerazione ideologica e sociale dei princìpi liberali, ha contaminato anche il settore giudiziario che si occupa di reati a mezzo stampa e da qualche tempo ha portato all’erosione di quel principio affermatosi nella giurisprudenza del dopoguerra in base al quale, nel contrasto tra il diritto dell’individuo a tutelare i suoi diritti personali e quello della collettività , prevale sempre l’interesse della collettività  a conoscere per poter effettuare ponderate scelte in ogni campo della vita di relazione. Gradatamente, le pronunce giudiziarie spostano sempre più l’accento sulla tutela dei diritti individuali relegando quella dell’interesse collettivo a casi sempre più limitati, revocando – in definitiva – in dubbio il ruolo essenziale dell’informazione, inteso come ‘controllore’ degli atti di tutti i poteri. ‘Il cane da guardia’ viene in tal modo degradato ad animaletto ‘da compagnia’. E ciò sta accadendo non tanto per la pressione o il prevalere di influenze di gruppi, lobbies o corporazioni, ma per la totale indifferenza del potere legislativo rispetto al necessario e vitale ripensamento sulla funzione dell’informazione. Se si pone mente, poi, che in Parlamento siedono giornalisti, magistrati e avvocati, gente – cioè – che sulle tematiche relative ai diritti individuali e collettivi e sul ruolo dell’informazione non dovrebbe avere bisogno di acculturamenti particolari, la possibilità  che l’informazione si riappropri della sua identità  sembra per un verso possibile e reale, ma per altro verso del tutto ipotetica e di là  da venire.  Disorganicità  delle riforme e crisi di identità  del ruolo dell’informazione sembrano dunque essere i mali che si aggiungono alla vetustà  delle norme che regolano la materia e fanno sì che non si possa nutrire una ragionevole speranza di una vera e propria riforma. Se poi, invece, le cause di mancati adeguamenti o di involuzione delle interpretazioni giurisdizionali del ruolo dell’informazione si volessero far risalire ad altre cause, quali l’approssimativa consapevolezza degli addetti ai lavori unita a una altrettanto approssimativa preparazione culturale della magistratura in ordine al ruolo e alla funzione della stampa, ci sarebbe da stare ancora meno allegri. Non si capisce, in ogni caso, come mai nessuna delle forze politiche ponga il problema dell’informazione nei suoi più ampi e organici termini che ricomprendano la ridefinizione del suo ruolo, non limitandosi solo all’aspetto, seppure importantissimo, della conflittualità  di interessi. A ben vedere, anzi, quest’ultimo aspetto sarebbe risolto se si ridefinisse il ruolo dell’informazione.

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Nella foto, Oreste Flamminii Minuto

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