Personaggi – Carlo Rognoni. Il parlamentare del mese

‘Prima Comunicazione’, numero 347, Gennaio 2005 – Ha convinto Piero Fassino, ne ha parlato con Romano Prodi e ha incassato il sì del responsabile informazione della Quercia, Fabrizio Morri: Carlo Rognoni, giornalista da più di dieci anni passato alla politica nelle fila dei Ds, sembra essere riuscito nell’impresa di mettere d’accordo tutto il suo partito non solo nella protesta contro la riforma del sistema televisivo varata dal centrodestra, ma anche su una proposta alternativa credibile, che non dispiace neppure all’ala più di sinistra dei Ds. Lui minimizza: “In realtà  il merito è della legge Gasparri: la privatizzazione della Rai voluta dal ministro è una mostruosità , ma ha il merito di aver rotto un tabù. Parlarne ai tempi del disegno di legge 1138, il progetto di riforma presentato dal governo di centrosinistra, si era dimostrato impossibile”. Entrato in Parlamento nel 1992 – prima al Senato, dove è stato vice presidente dal 1994 al 2001, e nell’attuale legislatura alla Camera – lasciandosi alle spalle una lunga carriera giornalistica culminata con la direzione di Panorama, di Epoca e del Secolo XIX, Rognoni è stato il primo relatore di quella legge mai varata. È dunque con cognizione di causa che oggi ne spiega i motivi del fallimento, determinato – sostiene – dalle resistenze del cosiddetto ‘partito Rai’, cioè di coloro che non solo in Forza Italia ma anche tra i diessini volevano mantenere il duopolio così com’era.
Rognoni ricorda bene le difficoltà  vissute pure da Claudio Petruccioli, che del 1138 fu il secondo relatore, per far passare il concetto di separazione societaria della Rai che oggi, invece, tutti dichiarano di condividere. E ammette che la mancata riforma del sistema televisivo è stata una delle occasioni perse dal governo dell’Ulivo, forse la più importante visto cosa è successo poi con la legge Gasparri, che tutto il centrosinistra ora giura di voler cambiare. Ma come? Lui, che per ‘sfogare l’incazzatura’ provocata da quella legge ci ha scritto persino un libro – ‘Inferno tv, Berlusconi e la legge Gasparri’, Marco Tropea Editore – una risposta ha provato a darla. Dopo essere stato un punto di riferimento alla Camera, dove è membro della commissione Trasporti e telecomunicazioni, nel contrastarla emendamento dopo emendamento, di propria iniziativa e senza alcuna ‘missione’ di partito si è messo a studiare tutti i sistemi europei, a leggere le relazioni delle autorità  Antitrust degli altri Paesi, a parlare con docenti ed esperti del settore. Alla fine ha sfornato la sua proposta che, per quanto riguarda la Rai, non ha nulla a che vedere con il modello della Bbc sostenuto dalla Margherita: “Quando con il digitale avremo a disposizione sessanta canali”, spiega, “il problema non sarà  più quello di vendere una rete. E per creare maggiore pluralismo si dovranno liberare le due risorse fondamentali: le frequenze e la pubblicità “. Per Rognoni la soluzione sta nel “puntare alla distinzione netta tra i fornitori di contenuti e coloro che gestiscono gli impianti di trasmissione”. E con l’introduzione di un vero limite antitrust – 30% – per la raccolta pubblicitaria, si creerebbe lo spazio per tutti.

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Nella foto, Carlo Rognoni

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