Opinioni – Smile. Giornalismo economico appaltato ai professori

‘Prima Comunicazione’, numero 347, Gennaio 2005 – Da tempo scriviamo in questa rubrica che il giornalismo economico italiano è ormai appaltato ai professori, agli opinionisti esterni e che, con rare eccezioni, il cronista economico, quello per intenderci iscritto all’albo dei giornalisti professionisti, si caratterizza sempre più per pigrizia investigativa, passione per il gossip, sudditanza psicologica per i potenti e (in questo caso non è solo colpa sua) timore di prendersela con gli azionisti del suo giornale.  Prendiamo un dibattito centrale per il futuro del nostro Paese: quello sul rinnovo dell’Antitrust. Ho avuto modo di frequentare per motivi professionali l’Autorità , che nella maggior parte dei casi mi ha dato torto. Ne sono sempre uscito convinto che il giudizio fosse stato emesso in perfetta buona fede e con la piacevole sensazione per un cittadino di aver frequentato uno di quelle istituzioni, quei luoghi sacri che fanno grandi le democrazie moderne. Mi è successo con la presidenza Amato e più volte con la presidenza Tesauro. Il dibattito sull’Antitrust non è sull’adeguatezza di un macellaio a ricoprire l’incarico. Il tema centrale è cosa pensino del ruolo dell’Antistrust gli imprenditori, i sindacati, i leader dei due schieramenti. Più di una volta ho sentito imprenditori parlarne come di un fastidioso nido di burocrati, come di un’inutile invenzione degna di quegli ingenui di americani, poco applicabile in Europa, ancor meno applicabile in Europa continentale, per non parlare dell’Europa latina e dell’Italia. Qualche giorno prima delle contestate nomine, Tronchetti Provera aveva parlato di Authority con tentazioni di ritorno al passato. Tutti i giornali ne hanno riferito, nessuno ha spiegato a chi e a che cosa alludesse. Avete visto qualcuno che durante la polemica sia andato da Tronchetti a chiedergli cosa volesse dire? Che cosa ne pensasse del livello di concorrenza nel settore delle telecomunicazioni? Oppure un cronista che chiedesse a Montezemolo quale sia il profilo ideale di un membro della commissione Antitrust? Qualcuno ha visto un resoconto dettagliato sull’attività  dell’Antitrust italiana? Ancora una volta il lavoro difficile lo hanno fatto i professori, Monti sopra tutti, che hanno dato al dibattito il necessario respiro ideologico e di prospettiva. La qualità  dei commenti è stata di altissimo livello, ancora una volta è mancata la cronaca.  Eppure Van Miert, Monti, Amato, Tesauro sono i veri eroi dell’economia europea degli ultimi vent’anni; non solo: sono dei veri e propri personaggi su cui scrivere storie giornalisticamente molto interessanti. Nulla di nuovo, purtroppo: l’economia italiana la dobbiamo interpretare e conoscere dai commenti di Penati, Monti, Giavazzi, ecc. invece che dal racconto dei fatti e dei protagonisti.

Nelle vacanze natalizie ho riordinato la mia biblioteca profittando di un parziale trasloco. Una occasione per ritrovare libri che ti hanno colpito e che non rileggi da tempo. Per questo il riordino invece di prendere qualche ora ha preso qualche giorno. E molto di questo tempo l’ho dedicato alla rilettura di ‘Razza padrona’. Un libro che ha segnato la mia generazione e che ha ridefinito il modo di leggere l’economia italiana, un libro che ha spinto molti aspiranti giornalisti a diventare giornalisti economici. Che tristezza quindi leggere l’ultimo libro di Peppino Turani, dal titolo quasi omonimo, sulla nuova razza padrona. Una serie di ovvietà  salottiere sui Montezemolo e i Della Valle, condito da una vecchia intervista piena di vecchie tesi al loro ideologo Cipolletta, scritto in un corpo per superpresbiti (o supermiopi), come se anche l’autore non vedesse l’ora di smettere di scrivere. Mi sono sentito orfano. Orfano del Turani vero, quello di ‘Razza padrona’, quella vera.

Doveva succedere, in questa rubrica abbiamo detto più volte che avrebbe dovuto succedere prima, ma la chiusura del ‘Maurizio Costanzo show’ non può che fare un po’ di malinconia. Nel suo passaggio a striscia giornaliera (decisa dalla Retequattro mondadoriana, ma implementata dalla Fininvest dopo l’acquisto della rete di Segrate) è stato uno dei momenti più innovativi della storia recente della televisione italiana. Per anni ha inventato personaggi, scoperto comici, raccontato storie come nessun’altra redazione televisiva ha saputo fare. Soprattutto nei primi anni, Costanzo e Silvestri, il suo bravissimo coautore, che da qualche anno purtroppo (era una persona straordinaria) non c’è più, hanno abituato una audience di qualità  a ritornare a casa dopo il cinema, il teatro, il ristorante con il riflesso condizionato di accendere il televisore e vedere quale era la storia della serata. Potremmo dire che ci ha allungato le giornate, il ‘Maurizio Costanzo show’. Oggi il suo ruolo di scoperta e di innovazione si è imbastardito nel reality: dalla realtà  raccontata e interpretata di Costanzo siamo passati alla realtà  rappresentata dell”Isola dei famosi’ o del ‘Grande fratello’. Trasmissioni che ‘hanno’ del pubblico, ma che non ‘fanno’ un pubblico. Con la sola eccezione forse dei reality della De Filippi, cui non manca mai una cifra interpretativa della realtà .

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Nella foto, Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, coautori di ‘Razza padrona’, Feltrinelli, 1974

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