EMANUELE FARNETI – Da direttore di ‘SportWeek’ a direttore di ‘Men’s Healt’

‘Prima Comunicazione’, numero 347, Gennaio 2005 – Verrebbe da vantarsi: noi ve l’avevamo detto! E allora vantiamoci: noi ve l’avevamo detto che Emanuele Farneti di strada ne avrebbe fatta (e ne farà ). Figlio d’arte non viziato, abituato da subito a non trastullarsi con i balocchi di mamma e papà  ma a far di suo, Emanuele Farneti pare rappresentare un esempio del nuovo giornalismo, quello dei trentenni che forse sono un po’ stufi della prepotentissima e pressoché inamovibile generazione dei cinquantenni che da ragazzi volevano tutto e che da adulti se lo sono preso.  Nato a Roma il 27 settembre 1974 ma cresciuto a Milano, Farneti può vantare nel suo curriculum una serie di traguardi niente male. Dopo aver capito come funzionava il mondo del lavoro e in particolare quello fetentissimo della comunicazione dalle stanze parigine e poi californiane dell’ufficio stampa di Della Valle-J.P. Tod’s, Farneti inizia a frequentare più dappresso la carta stampata con una collaborazione a Yacht Capital, assolvendo alla naia giornalistica, il praticantato, insomma, a SeiMilano, la nuova televisione del gruppo Benetton. È lì, in quella tivù locale e strafiga, che comincia a occuparsi di sport e in particolare di calcio. Mollata la SeiMilano, se ne va a zonzo (si fa per dire, s’intende) a Telelombardia, a Canale 5, collabora a Sette e alla fine approda a Gq, portato sul palmo della mano da Andrea Monti. Nel gennaio 2003 – e qui siamo alla storia più recente e più movimentata – si piazza a Men’s Health dove diventa in breve caporedattore centrale. Sei mesi dopo Pietro Calabrese, che in queste cose ha occhio lungo, se lo porta alla Gazzetta dello Sport. Passa meno di un anno e, nel giugno del 2004, Emanuele Farneti diventa direttore di Sportweek, il magazine del quotidiano sportivo. C’è chi, è ovvio, guarda con sospetto e molta invidia a quella nomina, ma presto, anche se a malincuore, si deve ricredere, visto che Farneti ottiene risultati importanti. Per la prima volta dopo il lancio del 2000, sotto la sua direzione Sportweek recupera pubblicità  e lettori. A quel punto Nini Briglia, un altro che come Calabrese l’occhio ce l’ha lungo, lo riacciuffa, gli dà  appuntamento a Segrate e lo incorona direttore di Men’s Health, il mensile di fustacchioni che tra un muscolo in estensione e uno in flessione insegna pure a trovare i punti segreti di tutte le donne, ma che recentemente ha mostrato qualche pericolosa debolezza in edicola. Sotto le mani di Farneti, però, è facile capire che la musica cambierà , diventando sempre di più una testata di servizio, con informazioni pratiche e utili, pur rimanendo legata al modello americano che l’ha generata. Il fatto è che il mercato nostrano e quello Usa sono molto differenti e quindi urge un approfondimento del life style italiano, una italianizzazione che mantenga però la cifra per cui Men’s Health è conosciuto e comprato, compiti che Farneti è chiamato a svolgere con la freschezza e ormai anche la competenza più che sufficienti e assai necessarie. Gusti: sciare e ascoltare la sua adorata musica sull’I-Pod, “una cosa che ti cambia la vita”. Disgusti: Milano, “una città  in cui si vive sempre peggio”.

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