Opinioni ““ Smile. Riecco la sindrome del ‘quotidiano popolare’

La malattia scompare per qualche anno e poi riappare. Un giornalista, un manager, un imprenditore incosciente o impreparato si alza al mattino e mentre si fa la barba (sino a oggi non si conoscono donne a cui sia capitato) dice: “Perché non facciamo un giornale popolare? D’altra parte c’è anche negli altri Paesi. In Italia manca una cosa cos씝. E via dicendo con sciocchezze di questo genere. La storia è vecchia e chi ci ha provato si è schiantato contro il muro. Eppure non dovrebbe essere difficile scartare un progetto del genere. Vediamo perché. Innanzitutto la confusione terminologica: cosa vuol dire ‘popolare’? Ho provato ad aiutarmi con lo Zingarelli, ma in questo caso serve a poco. Ho provato a parlare con qualcuno che sta pensando a fare un popolare per farmelo descrivere. Ho provato a rileggermi i programmi-proclami editoriali dell’Occhio di Costanzo e Tassan Din. L’unico risultato evidente è che ognuno chiama ‘popolare’ una cosa diversa. Salvo poi fare tutti riferimento ai tabloid inglesi, quelli letti in metropolitana con le donnine nude in prima pagina e con i titoli scandalistici. Forse il vero minimo comun denominatore è che tutti i progetti parlano di linguaggio facile, di argomenti come cronaca, sport, gossip. In tutti sembra esserci la convinzione che oggi manchi un’offerta di questo tipo, sembra quasi che quando dicono ‘quotidiano’ pensino solo a Corriere e Repubblica. Proviamo ad affrontare il problema con un minimo di logica di marketing. In Italia si vendono da molti anni circa 6 milioni di copie di quotidiani. Uno ogni 3 famiglie e mezzo circa. Meno, in alcuni casi molto meno, che negli altri Paesi occidentali. Su sei milioni di copie circa un terzo sono giornali nazionali, seminazionali o di opinione, un quarto quotidiani sportivi e gli altri sono giornali locali con una presenza particolarmente significativa (superiore a molti altri Paesi occidentali) di quotidiani provinciali. Questo è il mercato in cui si dovrebbe inserire un nuovo giornale popolare dal linguaggio facile con una forte preponderanza di cronaca (peccato che ci siano già  i quotidiani locali), di sport (peccato ci siano già  gli sportivi) e gossip (peccato che in Italia ci siano già  Oggi, Gente, Chi, Dipiù, e compagnia cantante). Rimarrebbe la volgarità , il sesso dei tabloid inglesi. Peccato che in Italia le tette le troviamo una settimana sì e una no sulla copertina dei newsmagazine. A me pare evidente che l’offerta di contenuti popolari ci sia già , inserita in contenitori specializzati come gli sportivi o ben radicati sul territorio come i quotidiani locali. La nascita di un quotidiano popolare dovrebbe scommettere quindi non su una nuova offerta di contenuti, ma su un contenitore diverso. Come dire scommettiamo sulla grafica, sul colore, sul format. Non escludo sia possibile, ma non ci investirei neanche una lira. Senza contare che un progetto di questo tipo dovrebbe avere inevitabilmente un obiettivo nazionale con un conseguente innalzamento del punto di pareggio e del profilo di rischio.Un grande editore mi disse un giorno: “La differenza tra un quotidiano e un settimanale è che il quotidiano esce tutti i giorni mentre il settimanale esce solo una volta alla settimana”. Non era una banalità , ovviamente sottolineava la diversità  dei profili di rischio. Un quotidiano nazionale non solo esce tutti i giorni, ma anche in tutte le edicole d’Italia. Proprio un bel rischio!

I nodi vengono al pettine. La Rai è privatizzabile per legge. Solo che le regole dell’inneffabile Gasparri fanno della privatizzabile Rai un’azienda dipendente nei ricavi dalle decisioni della maggioranza parlamentare del governo, con una governance barocca e l’impossibilità  per un singolo investitore di arrivare a una quota significativa. Un’azienda non contendibile in cui non ha senso comune investire se non per ragioni commerciali o di potere. In altri termini, o una gabella o una tangente mascherata. Attendiamo curiosi la lista degli investitori.

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