Personaggi – Salvatore Tropea. Puoi venire con noi

Sono quasi quarant’anni che Salvatore Tropea scrive di Torino, della sua fabbrica, la Fiat, delle sue altre fabbriche, dei suoi lavoratori e del suo sindacato. Che sia diventato competente è normale, così come
è normale che sia autorevole, posto che da trent’anni i suoi articoli stanno sulle pagine di Repubblica. Ma che sia lui a condurre la danza quando un Agnelli muore e alla Fiat cambia tutto, o quasi, è meno ovvio; eppure lo si è visto molto bene alla fine di maggio quando in poco più di 48 ore la morte di Umberto Agnelli, la nomina di Montezemolo e le dimissioni di Morchio hanno dato uno scossone alla stampa italiana mentre Tropea, tranquillamente installato nel suo ufficio torinese, scriveva i pezzi che gli altri giornalisti erano costretti a imitare il giorno dopo. È stato lui a raccontare i retroscena, lui a raccogliere le indiscrezioni, lui a supervisionare ogni titolo delle pagine economiche. Tropea ha 63 anni, ma a Repubblica non si augurano affatto che imbocchi la strada della pensione, cosa ormai rara nei giornali, dove per ogni ‘vecchio’ che se ne va direzione e amministrazione brindano a champagne.  Con Gianni Agnelli si sono dati del lei per tutta la vita, nonostante una lunghissima frequentazione e l’abitudine dell’Avvocato di inserire Tropea nel giro di telefonate mattutine. Grazie alla stima della famiglia Agnelli, ma soprattutto a quella pluralità  di fonti più o meno segrete alla quale un cronista non dovrebbe mai rinunciare – dagli azionisti al sindacato passando per il top management – e grazie all’indipendenza di un quotidiano non controllato né direttamente né indirettamente dalla Fiat, Tropea ha potuto raccontare prima e meglio degli altri ciò che succedeva in corso Marconi, poi al Lingotto. Ci ha spiegato i come e i perché delle scelte: dalla presidenza Romiti all’abbandono di Vittorio Ghidella, dalla sconfitta sindacale del 1980 con la marcia dei quarantamila all’avvento di Paolo Fresco, all’accordo con General Motors, dai nuovi modelli fino all’affresco privato di una royal family e delle sue umanissime disgrazie. En passant, negli intervalli, si è occupato di Wto quando nessuno ancora sapeva di che si trattasse, piuttosto che della breve e fulminante ascesa di Luca di Montezemolo alla presidenza di Confindustria.Tra le sue frasi celebri, “operiamo a cuore aperto” quando si tratta di intervenire su un pezzo mal scritto e “verrà  scuro anche stasera” quando l’impresa di chiudere le pagine appare impossibile. Tra un’intemperanza e l’altra, insegna a molti redattori due o tre regole d’oro: autorevolezza (“Chiamalo e digli: sono X di Repubblica”, sottolineando Repubblica), indipendenza, l’importanza di selezionare e coltivare relazioni. E, a turno, li accompagna all’assemblea degli azionisti Fiat, ‘per vedere’.  Dopo sei anni, passa la mano e torna a fare il suo mestiere, il cronista, ancorché di lusso e con i gradi di inviato. Per anni accarezza l’idea di trasferirsi in Sud America (Mà rquez e Saramago sono tra i suoi autori di culto), ma non lo fa. Resta, borbottando, nella casa dove ha sempre abitato, con la moglie Nicoletta che da anni accudisce lui, la famiglia, i giovani colleghi. E continua a raccontare quel che succede alla Fiat.

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Nella foto, Salvatore Tropea

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