ROBERTO FONTOLAN – Da consulente freelance a direttore del ‘Velino’

Frequenta il liceo Giovanni Berchet, studia lettere alla Cattolica del Sacro Cuore e inizia l’apprendistato giornalistico riempendo dazebao, stilando volantini e inventandosi giornaletti ispirati a Comunione e liberazione, gruppo a cui aderisce con gagliarda convinzione. In una sostituzione estiva del 1975 all’Avvenire, annusa da vicino il piombo della tipografia. Dopo essere passato per SuperMilano (radio legata ai seguaci di don Giussani) nel maggio del ’78 (“Maggio è il mese che mi ha sempre portato fortuna”) entra come garzone di bottega al Sabato, periodico promosso, ideato e fortissimamente voluto da Fiorenzo Tagliabue. Al Sabato (con l’eccezione di due intermezzi, uno all’Ordine di Como, l’altro all’Avvenire) rimane legato fino all’89, anno in cui – con la qualifica di condirettore – avviene la separazione consensuale. Si gira pagina. Dopo qualche mese coglie la possibilità  di entrare con una ‘bella vagonata’ di neoassunti in Rai, lui come sub-quota Dc (“In Rai tutti giurano di essere stati assunti per concorso. Io mi sono sempre chiesto: ma quanti cazzo di concorsi hanno fatto in Rai?”). Riparte però da zero entrando come redattore semplice agli esteri del Tg2 visto che si vocifera che Bruno Vespa, allora direttore del Tg1, non voglia ciellini tra le balle. Dopo un periodo di apnea torna a galla e nel maggio del ’95 viene chiamato dal nuovo direttore del Tg1 Carlo Rossella a fare il caporedattore del riesumato Tv7. Nell’autunno del ’96 l’amico Gad Lerner approda anche lui a Viale Mazzini e i due lavorano insieme a ‘Pinocchio’. Fontolan si afferma come autore di programmi tivù, tanto che finito il primo ciclo lerneriano si dedica a ‘Maastricht/Italia’ di Alan Freedman. La seconda serie di ‘Pinocchio’ svuota le casse Rai e leva l’uzzolo del buon Carlo Freccero che di programmi di informazione in tivù non ne può più. Fontolan si scoccia e si fa un semestre di aspettativa finché non gli viene proposto di fare il diretùr del centro di produzione Rai di Milano. Un posto per cui ancora poco tempo fa ci si scannava. Lui tituba, poi accetta. Durata dell’incarico: tre settimane. Gad Lerner, neonominato direttore del Tg1, pesta i piedi e lo vuole cadesse il mondo come vice direttore vicario. Lì dura un po’ di più, cioè tre mesi, perché dopo la storiaccia dei pedofili in tivù, Gad mostra bigliettini in video e manda tutti al diavolo. Fontolan sa bene che il suo tempo è scaduto visto che i baroni ‘der Tiggìuno’ lo considerano come un orzaiolo nell’occhio: “Per loro in effetti ero eccentrico. Eppoi il mio posto lo reclamavano i diessini”. Viale Mazzini gli propone di togliere il disturbo dalla plancia di comando dell’ammiraglia e gli offre di guidare l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Fontolan di nuovo tituba e di nuovo accetta, ma l’aereo diretto in Belgio non ha ancora chiuso i portelli che lui ci ripensa, ridiscende la scaletta, fa ciao ciao con la manina alla Rai e – gennaio 2001 – preferisce inaugurare la tivù satellitare del Sole 24 Ore. Favola che (siamo al dicembre 2003) anche lì finisce malino perché “il gruppo batteva la ritirata dalla tivù, non c’erano né soldi né obiettivi chiari e la redazione era stata dimezzata”. Qualche mese ancora di consulenze varie e poi la telefonata di un vecchio amico, il presidente della società  che edita Il Velino Stefano de Andreis, che gli offre – a partire dal 1° giugno 2004 – la direzione di quell’agenzia stampa sui generis, tutta imbastita di commenti, ricostruzioni, approfondimenti e analisi e che, essendo piccola, si può permettere ancora “la libertà  di inventare”. In parallelo diventa docente nel corso di master televisivo alla Cattolica, produce un documentario tivù sui cinquant’anni della mai troppo amata Cl, per fine anno promette di scodellare Oasis, rivista internazionale voluta dal cardinale di Venezia Angelo Scola sui temi del cristianesimo e dell’islam e, non pago, continua a collaborare alla trasmissione ‘L’Alieno’ dell’amico e sodale Mario Giordano. Detesta il pregiudizio, ammira chi conosce il senso della misura e la capacità  di autocritica, ha tre figli e una moglie che ormai si sono fatti romani e che a Milano non ci vogliono tornare nemmeno cadesse la Terra.

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