Case editrici – Condé Nast Italia. Fuori dalla nicchia

È ancora presto per sapere se e come Condé Nast Italia vincerà  la scommessa Vanity Fair, il suo primo settimanale pubblicato con un investimento che solo per il lancio è stato vicino ai nove milioni di euro. Ma la testata – in edicola dal settembre 2003 – un effetto lo ha senz’altro già  prodotto: la riorganizzazione manageriale che il presidente e amministratore delegato, Giampaolo Grandi, ha reso operativa all’inizio dello scorso marzo (vedi Prima n. 338, pag. 30) nominando per la prima volta due manager che lo affiancano nella gestione a livello centrale: Ercole Giammarco come vice president corporate development e Giuseppe Mondani come vice president corporate advertising. Il primo, in Condé Nast dal marzo 1997, è stato l’uomo a cui Grandi ha affidato lo sviluppo della divisione periodici specializzati (Vogue Gioiello, Vogue Pelle, Vogue Bambini, Vogue Sposa, Sposabella, Domina Sposa) che Giammarco ha guidato per sei anni triplicando il margine operativo, per poi passare alla direzione generale di Glamour, Gq e Vanity Fair: nell’attuale incarico si occupa dello sviluppo dei periodici e di nuove aree di business. Il secondo è una figura storica di Condé Nast Italia dove è stato assunto nel gennaio del 1968: si è sempre occupato di pubblicità , ha costruito e rinsaldato negli anni lo straordinario legame fra la casa editrice e gli inserzionisti della moda e con la nuova nomina ha lasciato la direzione generale di Vogue (di cui però rimane publisher), L’Uomo Vogue, Ad e Traveller per prendere le redini della rete di vendita unificata della divisione consumer  che comprende una cinquantina di persone. Completano l’organigramma del vertice manageriale l’executive vice president finance Domenico Nocco e il vice president consumer magazine Massimo Perrino. “Con Vanity Fair la nostra arena competitiva è cambiata”, sintetizza Nocco. “Condé Nast non è più una casa editrice di nicchia e ha assunto una diversa potenzialità  di sviluppo”. In altre parole, ci sono una settantina di persone in più (fra redazione, pubblicità  e strutture centrali) entrate in azienda per realizzare Vanity Fair; e con la nascita del suo primo settimanale Condé Nast deve essere più efficiente e competitiva nella raccolta pubblicitaria, ora che è costretta a farsi largo in un mercato difficile e per lei nuovo, per di più in un momento in cui gli investimenti stagnano e la concorrenza per conquistare gli inserzionisti è alle stelle. Non a caso uno degli aspetti portanti della nuova struttura organizzativa è l’unificazione della rete di vendita dei sette periodici della divisione consumer, in precedenza divisa fra chi seguiva Vanity Fair, Glamour e Gq sotto la direzione di Giammarco, e chi si occupava di Vogue, L’Uomo Vogue, Ad e Traveller sotto la direzione di Mondani.



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Nella foto, Giampaolo Grandi


 

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