Opinioni – Oscar Bartoli. A questo non eravamo davvero preparati


Il colonnello della Us Air Force Maria Carl racconta come ha affrontato sul piano della comunicazione la crisi nata dalla scoperta degli abusi e delle torture ai prigionieri iracheni detenuti nel carcere di Abu Ghraib, uno scandalo che per gli Stati Uniti ha gravissime implicazioni etiche oltre che politiche. “Le notizie sugli abusi ai prigionieri ci hanno preso di sorpresa perché il rapporto del generale Taguba ha trovato la strada dei media prima che i vertici di Washington ne fossero informati”, spiega nell’intervista Maria Carl. “La storia continua a essere cucinata alla grande, viste le implicazioni politiche dello scandalo in un anno di elezioni. Ma anche a causa dell’impatto e delle conseguenze strategiche che ha avuto sull’opinione pubblica araba e su quella internazionale in genere. Posso assicurare che dal punto di vista della comunicazione ci sono stati e continueranno a esserci sforzi a ogni livello per fornire ai cittadini, al Congresso e ai media informazioni, dati, immagini. Sulle dure critiche da parte dei media per i tentativi di insabbiare la vicenda, Maria Carl dice: “Proprio perché c’è la percezione che le informazioni sono state tenute nascoste al pubblico, è estremamente importante che il nostro impegno come comunicatori sia continuo e, sottolineo, trasparente. Stiamo valutando un ventaglio di opzioni per assicurare che tutti i cittadini siano tempestivamente informati e permettere che i membri del Congresso, i media e l’opinione pubblica siano messi al corrente dell’andamento delle indagini. È nostra intenzione consentire ai media l’accesso ai processi, per offrire alla gente la possibilità  di vedere come funziona il sistema giudiziario di una nazione democratica”. “Quelle foto sono un terribile esempio di comportamento inqualificabile da parte di alcuni individui”, sottolinea Maria Carl. Ed è giusto che i colpevoli siano trattati in maniera appropriata. Ma l’impatto negativo di queste immagini si estende al di là  delle mura del carcere di Abu Ghraib. È stato sporcato tutto ciò che di buono le truppe della coalizione hanno fatto finora in Iraq. Quelle immagini hanno messo in discussione l’efficacia della nostra leadership e hanno insinuato sospetto e sfiducia nei confronti degli Stati Uniti a livello internazionale. Per quanto ci riguarda, il nostro compito e il nostro impegno sono quelli di continuare a mostrare quanto il 99% delle truppe della coalizione ha fatto e sta facendo in Iraq e come il nostro sistema giudiziario gestirà  quell’1% che ha avuto un comportamento inconcepibile. Ed è di grande importanza far conoscere all’opinione pubblica quali sono le decisioni prese per il cambiamento della nostra politica carceraria in seguito a episodi così clamorosi e inaccettabili”. “È stato molto duro gestire l’immagine delle nostre forze armate in simili condizioni: non siamo stati in grado di avere in tempo utile le informazioni che ci consentissero di mettere al corrente la leadership al massimo livello sulla gravità  del problema”, ammette Maria Carl. “Le cattive notizie non migliorano quando invecchiano, e i consulenti di comunicazione dovrebbero essere informati e inseriti quanto prima nella gestione della crisi, in modo che possano diffondere informazioni adeguate nel più breve tempo possibile. Questa volta non è andata cos씝. Maria Carl spiega anche come, prima dello scandalo delle torture, è stata organizzata la comunicazione sull’andamento delle operazioni in Iraq. “Abbiamo cominciato a occuparci delle strategie di comunicazione già  nell’ottobre 2002, facendo un intenso lavoro di stretto coordinamento fra le tre armi. Lo scenario di una guerra globale contro il terrorismo ha preso in considerazione che Al Qaeda, i talebani e il regime iracheno erano e sono altamente specializzati nella disinformazione. Ma, mentre loro possono raccontare tutte le panzane che vogliono, noi siamo legati a un dovere di obiettività  nei confronti del popolo americano. La guerra delle informazioni è istantanea e presuppone che si risponda immediatamente. Altrimenti si sedimenta nell’opinione pubblica la convinzione che il primo che parla abbia sempre ragione. Tutti ricorderete il ministro dell’informazione di Saddam, meglio conosciuto come ‘Alì il comico’. Ogni sera – per me erano le tre del mattino – se ne usciva con le sue affermazioni roboanti: «Non ci sono americani a Baghdad e non ci saranno mai! », «Dire bugie è proibito in Iraq. Il presidente Saddam non tollera altro che la verità  perché è un uomo d’onore e di grande integrità ! », «Ora anche il comando americano è sotto assedio. Li stiamo colpendo al Nord, al Centro e al Sud! ». Le sue affermazioni potevano far sorridere gli osservatori occidentali, ma per gli iracheni erano l’unica fonte d’informazione. E in casi del genere è molto importante la reazione immediata, perché altrimenti la gente finisce per credere a quanto ha sentito”. Infine, Maria Carl esprime la sua opinione sull”Embedded program’ in cui, nel corso della guerra in Iraq, sono stati inquadrati i giornalisti che volevano seguire le operazioni delle truppe della coalizione. “Sono stata uno dei responsabili del team che ha gestito questo programma, che ovviamente non escludeva che vi fossero giornalisti indipendenti. Ma i reporter che hanno optato per questa soluzione in molti casi poi hanno fatto marcia indietro e hanno chiesto la nostra protezione. Dal nostro punto di vista lo consideriamo un successo, anche se non privo di controindicazioni. Si tratta di un’idea non completamente originale, visto che è stata sperimentata, sia pure in misura limitata, già  in Vietnam. In Iraq ci sono più di 500 giornalisti ‘embedded’, compresi i rappresentanti delle tivù arabe. Tutti hanno partecipato al ‘media boot training’, perché dovevano essere in grado di affrontare fisicamente i disagi di una prolungata permanenza nel piccolo spazio di un carro armato o di un blindato, di riconoscere i gradi delle varie armi, di superare le difficoltà  di una forzata coabitazione con i soldati. Tra i vari problemi che abbiamo dovuto affrontare e risolvere c’erano poi gli aspetti legali legati alla possibilità  di incidenti o di morte. Ma anche il rischio che alcuni terroristi si facessero passare per reporter: per questo è necessaria la verifica delle credenziali, così come serve per confermare che si tratta veramente di giornalisti e non di agenti dell’intelligence. La guerra si combatte ormai a un doppio livello: il primo è costituito dalle azioni armate, il secondo dall’informazione. Per noi la chiave della guerra dell’informazione è la ‘verità ‘, anche se per ragioni di sicurezza non sempre è possibile dire tutta la verità “.


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Nella foto, Maria Carl

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