Opinioni – Luois XIV. Dassault si mangia ‘Le Figaro’ e ‘L’Express’

La notizia non ha colto di sorpresa gli osservatori: l’acquisto di un ulteriore 52% della Socpresse – editrice del Figaro, dell’Express, dell’Expansion e di una quindicina di quotidiani regionali – da parte dell’industriale dell’aeronautica e degli armamenti Serge Dassault era prevedibile fin dal gennaio 2002 quando l’uomo d’affari aveva staccato un assegno di 460 milioni di euro per assicurarsi il 30% del gruppo editoriale. Ed era diventato inevitabile pochi mesi dopo nel momento in cui la Socpresse aveva rilevato da Vivendi Universal il settimanale L’Express e altri undici periodici pagandoli 230 milioni che non aveva in cassa – l’editrice era e resta pesantemente indebitata – grazie a un prestito dello stesso Dassault. Il prestito veniva a scadenza nel marzo di quest’anno, e gli eredi Hersant, ancora proprietari della Socpresse, non hanno trovato altro modo di estinguerlo che vendendo la propria quota di maggioranza. Tra il 2002 e il 2004 la valorizzazione della casa editrice del Figaro è diminuita parallelamente ai suoi ricavi, amputati dal calo delle vendite e dalla crisi pubblicitaria: pare che Dassault abbia ottenuto il 52% con soli 600 milioni di euro. Il 13% del capitale resta nelle mani di una giovane nipote di Robert Hersant che non ha voluto separarsene; il 5% appartiene al management che se ne fa scudo a difesa dell’indipendenza delle testate. Perché qui sta il punto: fino a oggi Dassault – malgrado il suo 30% – non ha potuto mettere becco né nella gestione, né nella linea editoriale dei giornali che ora controlla. Il presidente della Socpresse, l’avvocato Yves de Chaisemartin, gliel’ha sempre impedito. Ma adesso? Non è certo che riuscirà  ancora a fermare il patron che il 30 novembre 2002 dichiarava a France 2: “Non dico che il Figaro (giornale che da sempre difende le posizioni della destra conservatrice: ndr) sia troppo a sinistra: semplicemente non spiega in maniera sufficiente ai suoi lettori la realtà  della vita delle imprese”; o nel gennaio 2004 diceva al mensile Entreprendre: “La stampa è un mondo interessante che permette di far passare un certo numero di idee sane” e anche “di rispondere a quei giornalisti che hanno scritto su di me cose poco gradevoli”. Non stupisce allora che le redazioni, in particolare quelle dell’Express e del Figaro, siano subito insorte con comunicati che invocano “la difesa del pluralismo e della libertà  di stampa”. Ma non è detto che Dassault, che non nasconde affatto le sue opinioni politiche ultraliberali, voglia da subito intervenire sulla linea editoriale di giornali che già  si collocano sul versante moderato. Forse si occuperà  prima della situazione deficitaria dei quotidiani locali della Socpresse. Li ristrutturerà  o li venderà ? Quale che sia la scelta, anche queste redazioni sono in subbuglio. Denunciano “il controllo di due terzi della stampa francese da parte dell’industria militare” (oltre a Dassault, il gruppo Lagardère che possiede Hachette), ma in realtà  temono soprattutto che la Socpresse li abbandoni per concentrare le risorse sull’indispensabile rilancio del Figaro.

Editis: Rcs ce la farà ?
Il tormentone della vendita del 60% delle attività  di Editis – il gruppo di editoria libraria che nell’ottobre 2002 Vivendi Universal ha venduto al gruppo Lagardère – dovrebbe entrare nella fase decisiva nella seconda metà  di aprile. E anche se, allo scopo di tirare sul prezzo, Arnaud Lagardère sostiene che “ci sono una decina di candidati interessati”, sembra ormai evidente che tutto si giocherà  tra Wendel Investissements – la holding del presidente degli industriali francesi Antoine Sellière – il gruppo editoriale franco belga Media Participations e l’italiano Rcs MediaGroup.  I primi due avrebbero già  fatto offerte superiori ai 600 milioni di euro, mentre gli italiani temporeggiano. La divisione libri del gruppo Lagardère, il cui fatturato sul mercato francese è di 1,4 miliardi, scegliendo l’acquirente designerà  allo stesso tempo il suo principale concorrente, che potrà  contare su un fatturato di 560 milioni. Per questo parecchi nel gruppo spingono per la finanziaria Wendel, che non ha esperienza nel mestiere. Ma sembra che Arnaud Lagardère abbia un debole per Vincent Montagne, presidente di Media Participations, che porterebbe così il suo fatturato complessivo a 900 milioni. E Rcs MediaGroup? Dall’interno di Editis lo danno per spacciato in quanto privo dei favori del governo, che spinge per una soluzione francese. A meno che il cambio della guardia al ministero della Cultura tra Jean-Jacques Aillagon e Renaud Donnedieu de Vabre non rimetta tutto in discussione.

Ganz colpisce con un altro quindicinale
A tre mesi dal lancio, il quindicinale televisivo di Prisma Presse, Télé 2 semaines, ha raggiunto una diffusione di quasi due milioni di copie. Una cosa mai vista sul mercato francese e che ha lasciato tramortiti Hachette ed Emap, i principali concorrenti del gruppo diretto da Axel Ganz. Così, mentre gli editori di Télé 7 Jours, Télé Star e Télé Poche perdevano tempo in polemiche sull'”errore strategico commesso da Ganz con la destabilizzazione del mercato dei settimanali televisivi”, quest’ultimo, che sembra vivere una seconda giovinezza, ha piazzato il colpo da ko: un secondo quindicinale. Il neonato si chiama Tv Grandes Chaines e pubblica solo i programmi delle sei reti via etere. Un format superato? Forse, ma non bisogna dimenticare che il 70% delle famiglie francesi ha accesso soltanto a queste reti gratuite. Delle quali ora potrà  consultare i programmi su una testata quindicinale venduta – “È un prezzo di lancio, ma potrà  durare”, ha precisato Axel Ganz – a 50 centesimi di euro. Al mese è un costo quattro volte inferiore a quello dei settimanali tradizionali, che hanno un prezzo di copertina di un euro. Difficile che non funzioni.


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Nella foto, Serge Dassault
: l’11 marzo ha annunciato che salirà  dal 30 all’82% nel capitale della Socpresse (foto Olycom).

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