Opinioni – Carlo Rossella. L’amnistia impossibile di Sofri

Ogni martedì pomeriggio arriva sul mio tavolo a Panorama la rubrica di Adriano Sofri. Il titolo di questo appuntamento settimanale è: ‘Dopo tutto’. Infatti Sofri ha l’ultima parola su Panorama, visto che che il suo scritto figura al termine del giornale, sull’ultima pagina, prima della ‘terza’ di copertina. Fu il mio illustre predecessore Giuliano Ferrara a offrire al detenuto Adriano Sofri una collaborazione al settimanale della Mondadori. Il primo articolo di Sofri uscì sull’ultimo numero del 1996. La rubrica aveva un titolo vaticinante: ‘L’amnistia impossibile’. Cominciava così: “Caro Babbo Natale, avrai ricevuto un po’ di lettere con richiesta di amnistia. Guardatene. Eccoti qualche notizia utile. La prima è che il dibattito sull’amnistia è un dibattito per far vedere, come si dice a Napoli. All’inizio del ’92 il Parlamento votò una legge che modificava l’art. 79 della Costituzione, stabilendo che non bastasse più la maggioranza semplice, ma occorresse la maggioranza di due terzi in ciascuna Camera, e per ciascuno degli articoli dell’eventuale legge di amnistia: dunque una norma così rigida (per le stesse modifiche costituzionali la condizione di due terzi è riservata alla sola votazione finale) da escludere di fatto che l’amnistia possa diventare oggi una iniziativa concreta. Siccome tu, Babbo Natale, sai apprezzare le coincidenze, aggiungerò che questa legge così restrittiva sull’amnistia fu votata a pochi giorni dall’inizio di Tangentopoli: dunque da una classe politica che, per una gran parte, stava insaponando la corda cui sarebbe stata impiccata di lì a poco. Fu votata pressoché all’unanimità  – al Senato si astenne solo Marco Boato – un po’ per convinzione, un po’ perché molti politici temono supremamente di prendere posizioni impopolari. Questa paura, che induce alla demagogia, non ha cessato di insidiare il tema. Per esempio, Babbo Natale, troverai che molti si dichiarano assolutamente contrari all’amnistia perché essa estingue il reato (a differenza dell’indulto che interviene solo sulla pena). Anche qui ci sarà  chi è convinto, ma anche chi non vuole andare contro il pelo pettinato dell’opinione pubblica”. Come sempre più spesso gli accade, Sofri aveva ragione allora e ha ragione oggi. Dopo Tangentopoli nessun governo italiano, di centrosinistra o di centrodestra, ha avuto il coraggio morale di proporre amnistia. Né si è avuto il coraggio morale di chiedere al presidente della Repubblica di concedere la grazia al detenuto Sofri Adriano. Non lo si è fatto, uso le parole di Sofri, “un po’ per convinzione, un po’ per viltà  e un po’ per non andare contro il pelo pettinato dell’opinione pubblica”. Ora Marco Boato ha trovato un marchingegno giuridico per procedere nella giusta e doverosa direzione. Ma c’è ancora chi, a destra e al centro, nella politica e nei giornali, frappone ostacoli e velenose quisquilie. Intanto Sofri aspetta, con infinita pazienza. Trascorre il tempo nella cella del carcere di Pisa leggendo e pensando, attività  estranee o periferiche per molti dei suoi nemici-avversari-detrattori-critici. Sofri, nell’interno della sua angusta prigione, compie viaggi infiniti, da inviato speciale dello spirito e dell’intelletto. Vede quel che i testimoni sul posto non percepiscono (ce ne siamo accorti su vicende globali come la Cecenia, l’Iraq, la Palestina). Ragiona sulla realtà  italiana con la calma serafica dell’uomo giusto e libero (proprio così) che guarda la nostra vita da lontano. Non è mai partigiano, né fazioso, né vittima di pregiudizi. Passa da temi altissimi, etici (Dio, le religioni, il conflitto di civiltà ) ad argomenti apparentemente futili: l’ultima rubrica su Panorama l’ha dedicata al francobollo, e ha espresso la sua nostalgia per questo rettangolino, eccellente scuola di internazionalismo, ridotto a nulla dalla posta prioritaria, espressione della globalizzazione. Sofri, oltre che su Panorama, scrive anche sul Foglio e su Repubblica. È un editorialista puntuale, preciso, inimitabile, coltissimo. Ce ne sono pochissimi di questo tipo in Europa. Perché lasciarlo in carcere? Perché impedirgli di uscire? Cos’è un piccolo atto di grazia di fronte alla grandezza di un prigioniero che, ogni giorno, ci insegna a essere più liberi dentro di noi e fuori di noi?

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Nella foto, Adriano Sofri

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