Opinioni – Flamminii Minuto. La riforma Bertolini un rischio per l’informazione

Nella proposta di legge di riforma della diffamazione a mezzo stampa presentata da Giuliano Pisapia era riconosciuto il “contributo determinante” dato dagli avvocati Katia Malavenda e Giovanna Corrias Lucente. Non a caso gli avvocati in questione difendono brillantemente da anni giornalisti di varie testate e della materia conoscono le più sinistre angolazioni. Quando si sono accorte che il loro lavoro è stato letteralmente buttato al vento dal “testo unificato presentato dalla relatrice Isabella Bertolini” sono state prese dallo sconforto. Giovanna Corrias, resasi conto che così com’è il nuovo testo affida la competenza a conoscere dei reati a mezzo stampa alla competenza del giudice di pace, ha esclamato: “La libertà  di stampa è in serio pericolo !”. La sola sanzione pecuniaria (multa da 2.000 a 7.500 euro) infatti, lungi dal costituire un trattamento di favore per i giornalisti, affida la cognizione della delicata materia dell’informazione (e, quindi, del suo ruolo) a un giudice a-tecnico che nella migliore delle ipotesi giudicherà  secondo un suo personale metro di valutazione condizionato dalla sua cultura politica. Se si pensa che nel progetto Pisapia, data la delicatezza della materia, era stata espressamente prevista la cognizione del Tribunale in composizione collegiale (in luogo di quella del giudice monocratico) e che si doveva passare per il filtro del giudice dell’udienza preliminare, ci si rende conto dell’ arretramento del testo dell’onorevole Bertolini. E del resto Francesco Bonito, deputato Ds proveniente dalla magistratura, ha ben compreso il pericolo: il suo gruppo si accinge a presentare una serie di emendamenti, il primo dei quali concerne proprio la competenza del Tribunale. “Quello dell’informazione è un ruolo importante e significativo in una società  pluralista. Va garantito al massimo”, ha dichiarato. La funzione della rettifica, che nel progetto Pisapia era destinata a evitare speculazioni risarcitorie, è ridotta a una sorta di attenuante da valutare (non si sa in che modo) da parte del giudice e solo “se richiesta”. Il che sta a significare che più nessuno chiederà  di rettificare notizie che lo riguardino, pena una diminuzione del ‘bottino risarcitorio’. E se per caso il giornalista provvedesse a rettificare spontaneamente la notizia diffamatoria, ciò non avrebbe alcun effetto in quanto il diffamato, e solo lui, potrebbe farlo. Insomma, il disastro è alle porte e se qualcuno non pone riparo avremo una informazione taglieggiata con giornalisti che sicuramente non andranno in galera, ma che saranno sempre più intimiditi. E poiché in Parlamento gli onorevoli giornalisti non si contano, è lecito chiedersi dove siano e cosa facciano per l’informazione. Viene, però, il sospetto che i meno informati sul ruolo dell’informazione, sulle norme che la regolano e su quello che accadrà  se passerà  il testo unificato presentato dall’onorevole Bertolini, siano proprio loro. Si sono dimenticati che nel nostro ordinamento esiste, caso unico, la possibilità  per le persone offese dal reato di ingiuria e diffamazione costituite parte civile di impugnare le sentenze di assoluzione e di condanna dei giornalisti, anche ai fini penali? Lo sanno che i processi che li riguardano arrivano, quindi, in ogni caso fino alla Cassazione? Le persone offese da gravi reati (omicidio, associazione mafiosa e altro) non possono impugnare le sentenze di assoluzione o condanna degli imputati di quei reati, le ‘vittime’ della diffamazione sì. E se si sono dimenticati queste cose, non desta meraviglia il fatto che nessuno abbia nulla da eccepire sul così detto segreto professionale del giornalista che, come è regolato attualmente, non può essere eccepito mai all’autorità  giudiziaria. Il progetto Pisapia lo rendeva effettivamente operativo, a eccezione dei casi di mafia e terrorismo nei quali il giornalista non poteva invocarlo per tutelare la fonte. Ma è giusto che in altri casi la fonte fiduciaria sia tutelata anche di fronte alla magistratura, pena la impossibilità  di scoprire e denunciare scandali che certo nel nostro Paese pare non siano in esaurimento. È proprio vero che viviamo un’e- poca di contrasti forti, con pericoli esterni sempre più incombenti e dai quali è difficile difendersi. E c’è sempre qualcuno che utilizza l’emergenza per far passare le richieste di trasparenza in seconda fila. Una informazione costretta da una serie infinita di limiti, penalizzata da vari segreti la cui tutela, lungi dall’essere affidata a chi vi è preposto, è nei fatti affidata alla custodia dell’informazione stessa, costituisce la dimostrazione del principio che si vive meglio se non si sa nulla di ciò che realmente accade. Il che può anche essere comodo, ma non ha nulla a che vedere con la democrazia.

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Nella foto,
Isabella Bertolini

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