Opinioni – Oreste Flamminii Minuto. Ma per Sofri le attenuanti generiche non bastano

Sul sito Internet dell’Unione delle camere penali (l’associazione rappresentativa degli avvocati penalisti) a volte si possono trovare considerazioni degne di una qualche riflessione. A proposito del ‘caso Sofri’ l’avvocato novarese Massimiliano Testore, riferendosi alla recente pronuncia di rigetto del ricorso presentato alla Corte europea dei diritti umani, si chiede provocatoriamente: “Il caso Sofri ha trovato una conclusione negativa: ma se anche avesse trovato una diversa conclusione, cosa sarebbe accaduto? Nulla in attesa di leggi che vedranno la luce chissà  quando?”. Gli risponde la giovane collega milanese Marina Silvia Mori: “L’Italia è tra i pochissimi Paesi del Consiglio d’Europa a non prevedere la revisione del processo in caso di condanna da parte della Corte europea”. E aggiunge: “Per quanto mi risulta siamo in compagnia di Andorra, Estonia, Georgia, Lettonia, Liechtenstein, Moldavia, Paesi Bassi, Portogallo, Romania e San Marino”. La vicenda di Adriano Sofri ritorna ciclicamente a proporre interrogativi e sollecitazioni e a stimolare la coscienza dei politici. Giampaolo Pansa ha significativamente affermato: “Ormai sono costretto a copiare me stesso” e, paventando la possibilità  che le voci che si levano diventino flebili, si rivolge direttamente a Ciampi perché stimoli il ministro della Giustizia ad avviare le formalità  per la concessione della grazia. Dal canto suo Giuliano Ferrara, a dimostrazione della trasversalità  delle richieste di clemenza, continua a riproporre la necessità  della concessione della grazia per Sofri. Vincino “con la sua vignetta sempre più piccola e scoraggiata” tiene duro e spera. Sembra tuttavia che l’esemplare comportamento di Sofri (accettazione incondizionata delle regole della nostra giustizia malgrado la sua continua riaffermazione di estraneità  ai fatti che hanno portato alla sua condanna) e il non piccolo merito di aver “contribuito a diminuire la pericolosità  sociale dell’universo carcerario”, come ha ricordato recentemente Francesco Rutelli, non siano ancora sufficienti a smuovere l’immobilismo burocratico o a far accettare, a chi dovrebbe attivarsi, la sostanziale equità  della concessione della grazia. Per questo Giampaolo Pansa, pur non convinto dell’innocenza di Sofri, pensa che la situazione si possa sbloccare se gli italiani che la pensano come lui si uniscono a chi chiede la grazia perché “l’Italia di quel tempo non esiste più” e “tutti siamo cambiati”. Appartiene ormai al notorio il fatto che Sofri ha sempre proclamato la sua innocenza, così come è altrettanto noto che la giustizia in genere, e quella italiana in particolare, sono fallaci e relative. E tuttavia queste due circostanze nulla hanno a che vedere giuridicamente con la concessione della grazia. Ma proprio perché queste considerazioni sono solo umane, il ‘caso Sofri’ dovrebbe indurre l’informazione e chi la pratica a una duplice riflessione. La prima riguarda le esplicite affermazioni di coloro che pensano che sia utile ridurre i gradi di giudizio per offrire una giustizia più rapida: se la Corte europea avesse riconosciuto che Adriano Sofri non ha avuto un processo giusto, noi non avremmo alcuno strumento legale per riparare al malfatto. La seconda riguarda la vera e unica ragione per la quale Sofri è chiuso in un carcere e sta scontando una pesante pena a 22 anni di reclusione. Se le Corti che lo hanno condannato avessero riconosciuto la prevalenza delle attenuanti generiche rispetto alle aggravanti, il reato si sarebbe prescritto e tutti quanti, colpevoli o meno, sarebbero liberi. Chi ha dunque condannato Sofri gli ha riconosciuto le attenuanti generiche, ma le ha dichiarate solo equivalenti, e non prevalenti, alle aggravanti che gli erano state contestate. La mancata concessione della prevalenza delle attenuanti è stata motivata dall'”assenza di qualsiasi segnale di resipiscenza, di rimorso, di confessione da parte degli imputati” e l’avvocato Ezio Menzione, che ha assistito Sofri nel suo doloroso percorso, ha sempre fatto notare che se si proclama la propria innocenza, secondo le motivazioni delle sentenze del caso Sofri ogni imputato è automaticamente escluso dalla concessione del giudizio di prevalenza delle attenuanti. “Non risponde a una concezione di equa giustizia applicare la prevalenza delle attenuanti solo a chi confessa. Se non si ha nulla da confessare e si è comunque condannati, è difficile accettare questa logica”. Sofri, dunque, pur continuando a proclamarsi innocente sta scontando una pena per una opinabilissima decisione dei giudici che non si riferisce “al fatto contestato”, ma a suoi comportamenti successivi al fatto stesso. E sulla base del mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche (pur riconosciute e concesse) egli si trova nelle patrie galere. Per un meccanismo poco comprensibile, che la stampa ha dimenticato o non ricorda a chi di dovere, oggi si continua a dibattere se dopo 7 anni Sofri debba restare ancora in galera per altri 15. C’è qualcuno che ha voglia di ricordarlo al ministro della Giustizia e al presidente della Repubblica?

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