Opinioni – Carlo Rossella. ‘Playboy’ compie 50 anni

Avrei potuto scrivere sulle dimissioni di Howell Raines e Gerald M. Boyd, direttore e vice direttore del New York Times, bruciati dai falsi scoop di un reporter scorretto. Avrei potuto parlare dell’assalto di Rupert Murdoch a qualche roccaforte mediatica americana e dell’allarme che, a questo proposito, certi liberal hanno suscitato nell’opinione pubblica d’oltre Atlantico. Avrei potuto cimentarmi sulla crisi di Aol Time Warner o su quella del Financial Times. Avrei potuto dissertare sul tasso alcolico di qualche corrispondente della stampa estera a Roma o su qualche scivolata dell’agenzia di stampa Reuters. E che dire di un piccolo saggio di politically correct sulla disinformazione attuata dai carissimi alleati Usa-Gb sulle armi non convenzionali in Iraq? E che maliziose curiosità  avrebbe potuto suscitare un bell’elzeviruccio sul trapasso dei poteri in Via Solferino dal bravo professionista e grande direttore Ferruccio de Bortoli al bravo professionista e neodirettore Stefano Folli? Tutte queste cose avrei potuto scrivere con questo dannato caldo. Ma, come ha comunicato Giuliano Ferrara dal Foglio, sono una “pecora nera”. E allora, fedele a questa definizione, voglio commentare in questa rubrica i 50 anni di Playboy.  Il primo numero del mensile di “culi e tette” di Hugh Hefner comparve nel dicembre 1953, giusto per Natale. Avrebbe dovuto chiamarsi Stag Party (‘stag’ è il cervo maschio sinonimo di uomo maturo). Ma poco prima dell’uscita Hefner si accorse che già  esisteva un giornale di nome Stag. E così scelse Playboy. Erano gli anni Cinquanta, i più belli, sereni, ricchi e gaudenti della middle class americana. Alla Casa Bianca c’erano ‘Ike’ e ‘Mamie’ Eisenhower, al Dipartimento di Stato John Foster Dulles, alla Cia suo fratello Allen, all’Fbi Edgar Hoover. Il maccartismo non era del tutto finito. Il puritanesimo e il razzismo avevano solide basi. Le donne sui giornali erano quelle laccatissime di Life, il mensile di Henry Luce, anche lui di Chicago come Hefner.  Le donnine, le prime donnine castamente in bikini ridotto modello Hefner, scatenarono i benpensanti. Ma esplose anche la fantasia degli uomini americani, in borghese e in divisa. Eravamo in piena guerra fredda. Dilagava l’ansia del conflitto nucleare, ma c’era la fila per vedere al cinema ‘I peccatori di Peyton Place’, film conturbante degli indimenticabili anni Cinquanta. Gli stessi anni di ‘Lolita’ e del rapporto Kinsey, relazione sul comportamento sessuale degli americani compilato da Alfred Kinsey, professore dell’università  dell’Indiana.  Sotto l’aria perbenista dei ‘Fifties’ covavano i processi trasgressivi che sarebbero esplosi nei ‘Sixties’, Playboy contribuì a spezzare molti tabù del puritanesimo, anche se Hugh Hefner proveniva da una famiglia discendente dai padri pellegrini. Mese dopo mese, tetta dopo tetta, Playboy diventò il mensile più diffuso d’America. Carta patinata, donne bellissime, la ragazza del mese, foto lunga tre pagine appesa sopra le brande dei ragazzi in Vietnam e nelle cabine di tutti i camion d’America. Ma non solo sesso c’era su Playboy. Anche inchieste giornalistiche coraggiose e storie raccontate da Truman Capote, Norman Mailer e Pamela Moore. A metà  degli anni Settanta, quelli del grande trionfo, Playboy arrivò a vendere 8 milioni di copie. Una cifra mostruosa. Oggi il mensile è sceso a 3,2 milioni di copie in Usa alle quali si aggiungono altre 2 milioni di copie delle varie edizioni locali, compresa la russa e la cinese.  Playboy Enterprises è un impero multinazionale che guadagna 277,6 milioni di dollari all’anno al netto delle tasse. Hugh Hefner, che ora ha 77 anni, non guida più il mensile. Ha ceduto lo scettro alla figlia Christie, nata 13 mesi prima di Playboy. Christie ha cambiato il giornale. Meno sesso, più reportage. Ma il vecchio Hugh vigila sempre sul prodotto. L’editore di Playboy vive tra Los Angeles e Chicago, ha sette fidanzate e le carica tutte insieme sul suo aereo-letto che vola sopra le casette del Midwest. Si veste ancora coi pigiami di velluto di seta, beve solo Dom Pérignon e non gli piace parlare di politica fuori Washington. Cominciai a leggere Playboy quando avevo 20 anni. A Milano si trovava solo da Algani in Piazza Scala. Lo compravo insieme a Rampart, il mensile della sinistra antiwar. Quelle tette e quei culi mi fecero capire molto dell’America. Me la fecero amare e desiderare. La carta di Playboy aveva un odore particolare. Non riuscii mai a scoprire che cosa fosse. Anni dopo ritrovai lo stesso profumo in un motel per coppie abusive e giocatori speranzosi di Atlantic City. Fuori lampeggiavano le insegne dei casinò e dei night club.

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