TELECOM: CONSIGLIO STATO, NO A RIMBORSO 530 MLN DA TESORO

TELECOM: CONSIGLIO STATO, NO A RIMBORSO 530 MLN DA TESORO
ROMA
(ANSA) – ROMA, 1 DIC – Il ministero dell’Economia non deve rimborsare a Telecom Italia i circa 530 milioni di euro richiesti dal gruppo telefonico in relazione al canone di concessione versato nel 1998. Lo ha deciso la Sesta sezione del Consiglio di Stato, che ha respinto così il ricorso di Telecom contro la sentenza del Tar del Lazio del 2008 che aveva a sua volta rigettato la richiesta di rimborso.(ANSA).
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(ANSA) – ROMA, 1 DIC – Si aggiunge così un altro tassello a una lunga storia cominciata appunto nel 1998, quando la Finanziaria per l’anno successivo stabilì il pagamento del contributo obbligatorio agli operatori di tlc calcolato in base al fatturato, in sostituzione del canone di concessione ormai inapplicabile, dal momento che la liberalizzazione del mercato non prevedeva più l’esistenza di un’unica società  concessionaria, ma di diversi operatori licenziatari. Il contributo richiesto al gruppo telefonico per il 1998, fu pari a 528,7 milioni di euro: 385,9 milioni relativi a Telecom Italia e 142,8 milioni all’allora Telecom Italia Mobile (Tim). La società  telefonica presentò nel 2000 un ricorso, contro il decreto attuativo che dettava le modalità  per il versamento del contributo, al Tar del Lazio, che rinviò la decisione alla Corte di Giustizia europea: nel febbraio dello scorso anno da Lussemburgo arrivò una sentenza favorevole al gruppo telefonico, che definì il canone “non dovuto”. Nel frattempo, nel 2003, Telecom aveva fatto richiesta di rimborso sempre al Tar del Lazio, che, con una sentenza del dicembre del 2008, aveva detto no, pur non sconfessando la sentenza europea. Contro questa sentenza del 2008 Telecom aveva fatto ricorso al Consiglio di Stato e la risposta, decisa il 10 novembre scorso, è stata ancora una volta negativa. Secondo Telecom, la disciplina comunitaria era contraria al mantenimento del canone di concessione per il 1998, in quanto lo stesso era connesso a diritti speciali e/o esclusivi e, in ogni caso, non poteva essere previsto un pagamento non rapportato ai costi ma legato al fatturato: il Consiglio di Stato, invece, lo esclude, perché “proprio a partire dal primo gennaio Telecom non vantava alcuna esclusiva”. I giudici rilevano inoltre che “gli altri obblighi, anche se non compatibili con la nuova disciplina, cessavano un anno più tardi alla data del primo gennaio 1999”. Inoltre, prosegue la sentenza, “lungi dal costituire un aiuto finanziario al processo di liberalizzazione, la ragione della permanenza del canone per il 1998 va individuata nel mantenimento per tale anno del peculiare rapporto concessorio, nel cui ambito il canone costituiva il corrispettivo dello svolgimento di un servizio, la cui titolarità  sarebbe altrimenti restata in capo allo Stato”. Non si tratta, continuano quindi i giudici, della proprietà  delle reti, ma della titolarità  del servizio, che poteva essere svolta da un soggetto diverso dallo Stato “solo sulla base di un atto di concessione e alle condizioni economiche fissate”. In sostanza, quindi, “al momento del passaggio a un sistema liberalizzato Telecom ha continuato a svolgere il servizio nel 1998 non perché le è stato attribuito un nuovo titolo abilitativo sulla base di una procedura competitiva e non discriminatoria, ma perché è stata mantenuta in essere la precedente concessione e le è stato, quindi, concesso di svolgere anche per il 1998 un servizio, la cui disponibilità  era ancora dello Stato, benché non in via esclusiva. Il canone resta così una componente del rapporto sinallagmatico di concessione e trova fondamento proprio nelle condizioni di esercizio della concessione confermate anche per tale anno”. Inoltre, si legge ancora, “un canone di tale natura è compatibile con il diritto comunitario”, perché “per l’anno 1998 era consentito mantenere in essere autorizzazioni (concessioni) non in relazione alle clausole contenenti diritti speciali o esclusivi, ma con riguardo ad altri obblighi purché inidonei a ledere gli interessi di altre imprese soggette alla normativa comunitaria”. Il Consiglio di Stato, infine, ritiene “manifestamente infondata” la questione della presunta incostituzionalità  dell’obbligo del pagamento, che “non ha natura retroattiva” perché già  previsto in una norma del 1997.(ANSA).
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