Ma è vero che la pubblicità  on line costa meno di quella su carta?

Condividi

Ma è vero che la pubblicità  on line costa meno di quella su carta?
La pubblicità  su Internet costa meno di quella sulla carta;e i lettori dei quotidiani lasciano la carta stampata ma fortunatamente i giornali vengono letti sempre di più su Internet. Vero o falso? Questi due assunti sono universalmente considerati veri nel mondo dell’editoria e della pubblicità . Ma per Martin Langeveld sono assolutamente falsi. Nel suo blog sul Nieman Journalism Lab
(il sito web della Harvard University dedicato al giornalismo) spiega che, secondo i suoi calcoli, il 96% della lettura dei quotidiani avviene ancora su carta e solo il 3% on line. I suoi conti sono sorprendenti e hanno acceso un vivace dibattito: Langeveld prende i lettori medi dei quotidiani in un mese negli Stati Uniti, li moltiplica per il numero di pagine che presumibilmente leggono e confronta questo risultato con le page views calcolate da Nielsen per Internet. Il conto finale è che solo il 3% delle pagine vengono viste su Internet e che il 96% sono invece lette ancora su carta (anche se negli Usa Internet è molto diffusa).
Poi Langeveld rifà  i calcoli in un’altra maniera: confronta il tempo speso dai lettori della carta con quello speso on line: il risultato finale non cambia: 96 a 3. Langeveld continua i suoi ragionamenti confrontando quanto incassano i giornali sulla carta e quanto su Internet (in genere meno del 10% dei ricavi totali) e dividendo gli incassi per le pagine lette. Dai suoi conti viene fuori che il cpm medio (costo per mille pagine) su Internet è di circa 80 dollari e quello su carta di 35 dollari. Insomma, contrariamente a quanto si pensa, l’advertising on line costerebbe parecchio di più di quello sulla carta.
Agli editori e ai pubblicitari italiani fischieranno le orecchie. Ma gli operatori italiani possono opporre calcoli diversi a quelli fatti da Langeveld? Si apra il dibattito anche in Italia.
Trasparenza o segreto industriale: il dilemma di Google
I problemi legali di Google non riguardano solo l’Italia – dove tre suoi dirigenti sono stati condannati in base alla legge sulla privacy – ma soprattutto l’Europa. L’indagine preliminare sulle pratiche di Google avviata dalla commissione Antitrust della Ue dovrà  infatti probabilmente risolvere un’alternativa scottante, complessa e controversa. È prioritario difendere il diritto al segreto industriale di Google o invece il diritto dei siti web di essere classificati in maniera trasparente (e quindi equa) dal suo motore di ricerca? La questione è fondamentale per tutti perché il ranking di Google determina il successo e la visibilità  di una società  che compare in cima alla lista e l’invisibilità  di chi è in fondo.
L’algoritmo utilizzato da Google per offrire agli utenti dei motori di ricerca la classifica dei siti web relativi alle parole chiave digitate non è pubblico e non è neppure brevettato. Infatti per brevettare un’innovazione occorre spiegarla e illustrarla in maniera dettagliata. Ma il programma gestito da Google per fare le graduatorie – il cuore del suo enorme successo – è basato su circa 200 criteri, è molto complesso, ma è soprattutto un segreto industriale custodito gelosamente come la ricetta della Coca-Cola. Tuttavia solo conoscendo i criteri di ranking di Google la Ue potrà  decidere se le società  che hanno fatto ricorso all’Antitrust europeo – per lo più legate alla rivale Microsoft – sono state discriminate e se Google ha davvero approfittato del suo monopolio di fatto su Internet. Queste società , infatti, hanno denunciato di essere state messe ingiustamente in fondo alla lista.
Google ha già  messo le mani avanti e ha dichiarato che nemmeno a Microsoft – condannata in passato dall’Antitrust Ue – è stato imposto di rivelare il codice sorgente dei suoi programmi. Comunque l’Unione europea ha avviato solo un’indagine preliminare: non è detto che i reclami vengano accolti e che abbiano un seguito.
Anche la sentenza del tribunale italiano, che ha condannato Google per violazione della privacy a causa di un video apparso su YouTube che mostrava un ragazzo disabile maltrattato da bulli, è molto discussa e controversa. Innanzitutto le direttive europee – che sono legge a tutti gli effetti – dicono che le piattaforme tecnologiche aperte, come YouTube, non possono essere incolpate per quello che gli internauti vi inseriscono, e che solo questi ultimi sono personalmente responsabili dei contenuti che immettono in Rete. Inoltre è praticamente impossibile controllare che tutte le persone che appaiono nei video forniti da milioni di internauti abbiano dato il loro consenso preventivo in base alla legge sulla privacy. Probabilmente la Ue dovrà  trovare regole nuove in grado di bilanciare il diritto alla privacy e il diritto alla libera espressione di massa nel nuovo contesto del web 2.0.

L’articolo integrale è sul mensile ‘Prima Comunicazione’ n. 404 – marzo 2010