GOOGLE: L’IRA DI PECHINO MA PER ORA NIENTE CRISI

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GOOGLE: L’IRA DI PECHINO MA PER ORA NIENTE CRISI
(AGI) – Pechino, 23 mar. – L’escamotage di Google di dirottare i servizi della Cina su Honk Kong per aggirare la censura e’ “totalmente sbagliata” e viola gli accordi presi con Pechino. Tuttavia la Cina non ne fara’ un caso diplomatico, a meno che la questione non verra’ “politicizzata” da altri. All’indomani dell’annuncio da Mountain View, il ministero degli Esteri cinesi ha risposto con fermezza ma anche con diplomazia alla decisione di Google e ha comunque sottolineato che il governo trattera’ la vicenda “in base alla legge”. Anche infatti se non si tratta di un vero e proprio abbandono la mossa del motore di ricerca Usa mette in ginocchio l’industria della pubblicita’ cinese ma non solo, resta infatti sempre la spada di Damocle di possibili licenziamenti. Google manterra’ in vita le attivita’ legate allo sviluppo e alla ricerca nel paese asiatico ma questo, a lungo termine, non giustifichera’ infatti i 600 posti di lavoro occupati nel Paese con contratto americano. “Non abbiamo ancora definito i dettagli – ha detto la portavoce di Google Jessica Powell che non ha del tutto escluso degli “aggiustamenti” anche se, ha detto, “faremo di tutto per evitarli”.
Per la Cina in ogni caso, gia’ cosi’ “Google ha violato le sue promesse scritte” e il suo comportamento e’ stato “irragionevole e immotivato”. La crisi quindi resta e, di fatto, rimangono ancora bloccate le ricerche scomode. Great Firewwall ‘La grande muraglia di fuoco’, come e’ battezzato il controllo del regime sul cyberspazio – continua infatti a vietar e l’accesso ai siti su temi come il Tibet o Amnesty International. E le associazioni di diritti umani hanno rinverdito oggi la loro protesta. Secondo Roseann Rife, vicedirettrice del programma Asia di Amnesty: “Sono in realta’ le autorita? di Pechino ad aver politicizzato Internet, bloccando determinati motori”. Sharon Hom, la direttrice di Human Rights in Cina, ha detto che la scelta di Google dovrebbe “lanciare un messaggio alle altre aziende, ovvero che ci sono soluzioni al di la’ della scelta semplicistica di restare in Cina con la censura o rinunciare e andarsene”. Reporters sans Frontiers ha definito “coraggiosa” la scelta di Google, sottolineando che comunque e’ in gioco l’integrita’ di Internet: “L’emergere di Intranet nazionali controllate da Stati repressivi rende di fatto molti utenti vittime di segregazione digitale”. Wei Jingsheng, il ‘padre nobile’ dei dissidenti cinesi che vivono in esilio negli Stati Uniti e che ha scontato 20 anni di carcere nel suo Paese prima di andarsene, ha detto che non lo ha sorpreso il fallimento dei negoziati tra Pechino e il gigante di Internet: “Sappiamo bene che il governo cinese non cede, non ci sono compromessi possibili. Il pericolo adesso e’ che altre aziende di internet possano essere sottoposte a pressioni ancora maggiori del governo”.(AGI) Tig